7 gennaio 2019

Il pane e l'aragosta

Lo incrocio subito dopo Natale, per caso. I re-incontri dopo le feste rischiano di essere tutti uguali (bersagli inevitabili della feroce ironia del Milanese imbruttito): come le hai passate? Tutto a posto? Dietro l’angolo, la serie monocorde di parole chiave: riposo, mangiate, tranquillità.
E ‘sti parenti!
Ma Edoardo mi racconta una piccola esperienza vissuta, un fatterello – se vogliamo – che tuttavia lo ha fatto riflettere molto.
Era da tempo, infatti, che con la sua famiglia sentiva l’esigenza di fare qualcosa di concreto per chi fa più fatica e si trova in una condizione di povertà; un gesto di accoglienza. Un desiderio che sembrerebbe controcorrente, se ci basassimo solo sul mainstreaming dei social media, ma che invece – ne sono convinto – è più diffuso di quanto si immagini. Magari sotterraneo, contrastato da considerazioni di opportunità, di capacità, di tempo a disposizione. Però persistente ed esteso. Proprio come nella vita di Edoardo: un desiderio rimasto da tempo nel cassetto, che ha sempre lasciato il passo a obiezioni contrarie, di buon senso: la casa piccola, il tempo scarso, la precedenza agli impegni strettamente familiari.

Prima delle feste, invece, Edoardo inciampa in una proposta sostenibile: la Caritas diocesana per Natale invita le famiglie ad aprire la propria casa, ospitando una persona sola o una famiglia in difficoltà, tra quelle seguite dalla rete dei Centri d’ascolto. Il titolo dell’iniziativa lo ha colpito: “Il pane spezzato è più buono dell’aragosta”. Edoardo ci pensa su e rimugina per un po’, confrontandosi con la propria compagna: sì, no, forse. Un lavorio non proprio breve, al termine del quale la famiglia si butta e decide di mettere a disposizione la propria casa. Almeno per un giorno.

Nelle parole di Edo sento il sapore della vittoria sulle proprie pigrizie e sui timori, la felicità di assecondare, per una volta, il proprio desiderio profondo.
Segue quindi la trafila: le mail di adesione, il contatto dagli uffici diocesani al Centro d’ascolto della sua cittadina. L’attesa.
Poi però l’attesa si allunga più del previsto e si trasforma in delusione, che posso ancora leggere sul volto di Edoardo: nessuno accetta l’invito. La coordinatrice del Centro d’ascolto fa parecchie telefonate, contattando persone che vengono aiutate da tempo e con le quali ormai c’è un rapporto di conoscenza e fiducia, ma niente. Nel corso del penultimo contatto dal Centro d’ascolto, gli spiegano che anche le famiglie e le persone invitate hanno le loro resistenze da vincere, inerzie e pre-comprensioni su un invito da parte di sconosciuti.

E’ lì che scatta la riflessione di Edoardo: anche accettare un dono di questa natura richiede slancio e apertura, passa attraverso lo stesso “lavorio” di chi decide di offrire ospitalità e fraternità.
Strano, non ci aveva mai pensato. E io nemmeno.

Per fortuna, a tirarlo su di morale è arrivato un ultimo whatsapp dal Centro d’ascolto, che mi legge d’un fiato: “Volevo comunque ringraziarla per la disponibilità e dirle che il vostro gesto non è stato vano. Coloro che sono stati contattati si sono sentiti accolti, considerati, mi sento di dire che una briciola di speranza ha toccato i cuori (e non è poco). Non hanno poi trovato la “forza” per dire sì all’invito, ma tutti hanno ringraziato. Anche il solo fatto di aver telefonato per estendere l’invito è stata per loro occasione per piccoli sfoghi, condividere le fatiche e trovare ascolto. Grazie per averci permesso tutto questo”.

Un whatsapp, nonostante tutto, più buono dell’aragosta.

 Oliviero Motta

1 commento:

  1. Ieri ho preso visione di un reportage che illustrava, già conoscevo perché seguo la questione, la situazione di stallo a Lesbo ed avendo un alloggio in italia avrei potuto dare ospitalità ma non posso perché l'entourage sociale è xenofobo con odio killer perché c'è una setta (autoctoni) nera dell'omologazione sociale che sacrificava persino gli animali (ci fu un indagine che morì purtroppo nel silenzio, ho atteso sui giornali le conclusioni di quelle indagini ma ho aspettato invano), sostengo Unchr e sapere di avere ostacoli mi fa inc...re assai perché, sarò franca come sempre, la setta dovrebbe vivere solo fra simili perché molestano e perseguitano i/le diverse cioè persone normali, farei uno scambio "equo e solidale" ovvero sta gentaglia settaria chiusa in un contesto circoscritto. Spero di trasferirmi in un posto più normale.....odio il settario.

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