23 dicembre 2018

A Natale nel frutteto

“Dai frutti li riconoscerete”, dice il Vangelo. E proprio in un frutteto mi sento oggi, qui. Una comunità per persone disabili nata all’alba degli anni novanta, che ancora ospita e accoglie una parte di quei giovani che allora erano chiamati handicappati. Dieci ospiti che si sentono a casa loro e che qui trovano accoglienza, dignità, assistenza. Confronto questa casa e questi volti accesi dalla festa di Natale, con le parole del Cardinal Martini nel suo primo discorso alla città per S. Ambrogio, nel 1980.

In quell’occasione, Martini fotografava i primi passi di quella rivoluzione culturale che stava avvenendo nei confronti dei portatori di disabilità: “Qualche cosa sta cambiando nel comportamento comune verso gli handicappati: non sono più nascosti nelle case, segregati, guardati con diffidenza. Una coscienza nuova sta maturando. Opportuni strumenti legislativi, che suggellano lo sforzo pionieristico compiuto da individui e associazioni di ogni genere, favoriscono la serena e costruttiva presenza degli handicappati nei normali luoghi di studio, di lavoro, di svago, di partecipazione sociale. Si sta configurando un nuovo rapporto dell’handicappato con la società: egli non è più «oggetto» di leggi e d’interventi, ma diventa «soggetto», interlocutore responsabile, protagonista del suo inserimento sociale”.
Quanti passi in avanti da allora. E oggi mi trovo proprio dentro una di quelle iniziative autonome auspicate dall’allora neo Arcivescovo: “La chiesa deve promuovere iniziative autonome sia dei singoli cristiani, sia delle comunità cristiane in quanto tali. Così facendo, le comunità cristiane, mentre obbediscono alle mozioni interiori della carità, offrono anche un esempio di vivacità sociale, di vigile coscienza civile, di personale assunzione di responsabilità da parte dei singoli e dei gruppi che compongono il tessuto vivo della società. I problemi dei malati e degli handicappati, infatti, poiché sono problemi umani, prima che tecnici e legislativi, richiedono precisamente la mobilitazione capillare e responsabile di tutta la società civile, cioè delle famiglie e delle altre comunità spontanee che, proprio perché sì costruiscono nell’immediatezza e nella libertà, possono dare un volto autenticamente umano alle iniziative promosse per i fratelli in difficoltà”.

Penso sia un grande dono poter vedere coi propri occhi oggi ciò che Martini vedeva nel futuro, con il proprio sguardo profetico.
Ma è una grande responsabilità riscontrare come alcune delle sfide di ieri rimangano sostanzialmente intatte: “Ma non si tratta solo di intervenire sull’handicappato perché diventi capace di entrare nella società, ma anche di intervenire sulla società, perché diventi degna e capace di accogliere i valori che l’handicappato porta con sé. Quanti valori, quante dimensioni umane, quanti reconditi significati della vita i cosiddetti sani o «normali» sono tentati di trascurare! Il malato, il sofferente, chiunque è debole o trascurato, invece, se viene cordialmente aiutato, può diventare per tutta la società un richiamo potentissimo, che riesce ad esprimere dal proprio cuore e dal cuore di chi è solidale con lui sentimenti ignorati e disattesi, quali il coraggio, la speranza, la non rassegnata sopportazione, la fraterna dipendenza reciproca, il senso del limite, l’attesa operosa di un mondo nuovo creato dall’amore di Dio”.

E’ per noi un “richiamo potentissimo” a rituffarci continuamente nel frutteto, perché i frutti di oggi siano solo le primizie di quelli futuri.
Il miglior augurio per questo Natale.


Oliviero Motta

5 commenti:

  1. Condivido pienamente quanto Martini disse ... E chi ebbe la fortuna di conoscerlo, come e te, e' ancora più responsabile nell'attuare le sue parole. Mi addolora che non siamo capaci di influenzare la politica, anche quella locale. E vorrei che tutte le forze di volontariato fossero capaci di fare rete, cisi da influire più efficacemente sulle strutture sociopolitiche. Sereno Natale.

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  2. ....come me e te é ancora piu ...

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  3. Dove sono i cd normali? Lo spartiacque linguistico "disabile" e "normale" è figlio della paura che divide offende umilia perché l'ignoranza è sempre stata cieca esattamente come la compiacenza all'ignoranza nascosta nella benevolenza ambigua che è un modo di fare politica.

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  4. Ciao a te

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