27 novembre 2018

Senso e consenso


Quando soffi sulle candeline di qualche iniziativa che hai fondato, è inevitabile andare indietro con la memoria. Cerchi di ricordare com’era, come non era; si rovista negli episodi, ormai diventati domestiche leggende, o aneddoti che fanno sorridere. Si cerca soprattutto di capire com’erano quegli anni passati e cosa sia cambiato da allora. E’ l’esercizio che viene naturale anche stasera, mentre siamo stretti attorno alle venti fiammelle del negozio del commercio equo e solidale.

Il gruppo che ha sfidato la pioggia e si è ritrovato insieme non potrebbe essere più eterogeneo: cinquantenni che hanno dato vita alla bottega, anziani che hanno cominciato a farci volontariato nel 1998 e giovani che hanno dato una mano più recentemente. Legami di parentela e di amicizia. E’ così che, scherzando, si fa il gioco di azzeccare quale Governo fosse in carica in quella fine d’autunno: si sparano nomi illustri – amati e meno amati – della recente storia repubblicana, ma alla fine ci si deve affidare a Google. C’era Prodi, che lasciava tristemente il posto a D’Alema, e viene subito da dire che sembrano passate due ere geologiche. Per esempio, in Parlamento oggi non c’è nemmeno una delle sigle che sostenevano quegli esecutivi.
Si scherza tra noi sul fatto che il nostro piccolo negozio ha resistito più dei grandi partiti popolari ereditati dalla Prima Repubblica.

Poi, le risate lasciano lo spazio a qualche minuto di riflessione. Si ragiona ad alta voce sulla parabola del commercio equo e solidale, da quegli anni che – visti da qui – paiono davvero “anni d’oro”: l’operazione aveva il vento in poppa, i gruppi si mobilitavano per sostenere la logica e le iniziative di questo commercio alternativo che sembrava destinato a crescere in maniera importante. Si sapeva che non avrebbe mai insidiato la logica e le modalità tradizionali del commercio internazionale, ma questo sostenere direttamente la produzione agricola e artigianale dei Paesi emergenti appariva una sfida importante che riscuoteva non poco consenso nelle persone che in Italia raggiungeva e coinvolgeva, come volontari, “militanti” o semplici clienti.
E ora? Adesso che il vento è contrario, che lo scaffale del commercio equo e solidale lo trovi anche all’Esselunga e che i negozi fanno fatica a mantenersi in piedi, che cosa si può dire?

Il giro di parola, attorno alla sala, arriva a una conclusione condivisa. Se vent’anni fa c’era consenso, ora ci è rimasto il senso; abbiamo perso per strada il “con”, ma il significato dei nostri negozi rimane intatto. Anzi, sentiamo che c’è ancora più bisogno di questi piccoli segnali nei nostri quartieri. Negozi che tengono viva la questione della giustizia internazionale, che pongono domande dirette sullo sviluppo economico e sociale dei Paesi lontani, che interpellano tutti sulle proprie modalità di consumo, cercando di fare spazio e strada ad approcci più critici.
Certo, i negozi sono rimasti – se vogliamo – delle iniziative di nicchia e per certi versi elitarie. Ma non sono le élite che creano innovazione? Se guardiamo con attenzione, qui è nato ed è stato sostenuto tanto volontariato internazionale, relazioni col resto del mondo, servizio civile, vocazioni all’impegno. Tanti giovani che continuano ad offrire, in positivo, le proprie energie di adulti.

Tanti giovani come Silvia Romano, alla quale riserviamo un pensiero benedicente e beneaugurante. 
Coraggio, Silvia. E un po’ di coraggio anche per noi, ormai per sempre (equi e) solidali.

 
Oliviero Motta

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