6 novembre 2018

La grande muraglia

Il percorso è a dir poco articolato, un susseguirsi di porte che si aprono e richiudono, di corridoi, sale che si inseguono. E la nostra prima tappa è proprio la sala d’aspetto per i pazienti, dedicata anche a spazio fumatori. Le pareti bianche sono quasi completamente ricoperte di scritte a pennarello, che danno bene l’idea degli stati d’animo che si vivono quando ti trovi a passare – e soprattutto a rimanere – qua dentro. Ci sono versi di poesie, frammenti di canzoni, veri e propri sfoghi verbali. Bile rappresa, domande d’aiuto senza speranza; ma anche battute folgoranti e appunti sagaci. Faccio notare al dirigente sanitario una frase sottile e maliziosa dedicata agli psichiatri e lui se la ride di gusto.

Poi, il nostro rapido tour nel reparto ospedaliero arriva a destinazione: nel cortile su cui si affacciano gli ambienti comuni e le camere di degenza, al livello -1 rispetto al piano stradale.
La scena è davvero di quelle che ti levano la parola: un grande rettangolo erboso, facciamo 10x50, due lati del quale sono costituiti da un muro alto una decina di metri. Calcestruzzo grigio e arrembante, che si erge come se neanche fossimo tra Israele e Palestina. “E abbiamo anche le guardie armate che fanno la ronda sopra il muro” mi bisbigliano alle spalle. E’ il caposala, un tipo basso e ben piantato, con una schiena massiccia e uno sguardo semi serio.

Diciamo che gli operatori di questa psichiatria non difettano di auto-ironia.
Compiamo qualche passo su e in giù, accompagnati dall’attenzione incuriosita di una decina di pazienti che escono dalla sala soggiorno; il cortile, in fondo, sarebbe anche gradevole: aiuole, panchine, vialetti, qualche giovane albero che si protende. Un piccolo parco come tanti, se non ci trovassimo sottoterra e non ci fosse la grigia scogliera ad incombere. La parola libertà fatica a farsi spazio. Impressioni claustrofobiche.

“Ma cosa avevano in testa quando l’hanno progettato, ‘sto reparto?”.
Mentre esploriamo lo spazio, mentalmente si affollano tante riflessioni e domande: quel muro, chi tutela e difende, chi è dentro o chi sta fuori? E poi difendere da chi? Da cosa?

Ruminiamo ancora un poco, ma subito dopo comincia il brainstorming delle idee, delle possibilità, delle strategie da mettere in campo per arrivare all’obiettivo.
Già, perché questo gruppo un po’ improbabile, questa crew di medici, cooperatori, parenti di persone con problemi di salute mentale, volontari, arteterapeuti - e chi più ne ha, più ne metta - è qui per uno scopo: verificare le condizioni per mettere in piedi un progetto di umanizzazione di questo spazio sanitario, attraverso la realizzazione di un grande murales artistico. Un bosco vero e proprio, in grado di aprire - seppure solo metaforicamente - la grigia compattezza del cemento.

Le idee e le visioni, elaborate finora a tavolino (atelier artistico dentro il reparto, laboratori creativi aperti sul territorio, coinvolgimento degli studenti del liceo artistico, incontri di sensibilizzazione sul tema della salute mentale nell’anniversario dalla legge Basaglia) rimbalzano sulle pareti irregolari del muro e testano la loro tenuta e originalità.
Alla fine, ci si guarda negli occhi. Il muro fa paura, ma il progetto ha acquistato concretezza e ancora maggiore convinzione. La conclusione, unanime, è che l’impresa si può fare; che la scommessa si può vincere, affidandosi al linguaggio artistico e al suo potenziale terapeutico e socializzante.

Avanti così. La muraglia è avvertita.
 
Oliviero Motta

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