4 ottobre 2018

La seconda serata

Ci voleva proprio. Trovarsi così numerosi, in questa sala sovraffollata e claustrofobica è un toccasana un po’ per tutti; riusciamo persino a dimenticare la temperatura tropicale e l’umidità che ci opprimono. Al centro dell’incontro c’è Benedetta Collini, di Sos Mediterranée, l’organizzazione non governativa nell’occhio del ciclone anche in queste settimane. Infatti la nave della ong – Aquarius – è stata protagonista di un paio di odissee nel mediterraneo, coi suoi carichi di migranti rifiutati dal governo italiano. E proprio sull’Aquarius ha prestato servizio Benedetta, che è qui per una testimonianza sui salvataggi in mare.


Si vede che non è abituata a parlare in pubblico, sbircia gli appunti da alcuni fogli che tiene in mano, si appoggia a qualche spunto che le viene anche dal pc. Il suo racconto non ha praticamente nulla di politico, è anzi molto “tecnico”, se così si può dire: le metodiche di ricerca e avvistamento, quelle di avvicinamento ai naufraghi, il primo soccorso. Illustra puntigliosamente quello che avviene realmente in mare: le caratteristiche dei galleggianti che si affiancano alle bagnarole avvistate, lo spessore dei gommoni, le viti che spuntano dalle carene.  Il suo procedere lento e tranquillo ha un che di ipnotico che si trascina dietro il pubblico, fino a ritrovarsi sul ponte di Aquarius. E sentiamo tutti, questa sera, il sollievo di poter dimostrare - dopo tante settimane di propaganda e bugie - di pensarla in un modo diverso, anche solo rimanendo seduti qui; percependo la radicale verità della frase messa a sottotitolo dell’incontro: “chi salva una vita, salva il mondo intero”. E’ il Talmud, ma anche il Corano.

Chiusa la prima parte del racconto, segue uno slide show di scatti effettuati da fotografi professionisti imbarcati sull’Aquarius. Le diapositive si susseguono senza colonna sonora e il silenzio si fa, se possibile, ancora più denso: scatti di gommoni e persone sull’abisso, ritratti in bianco e nero; donne, uomini e bambini a cui possiamo leggere in faccia quasi tutta la gamma delle emozioni umane. Una marea che allaga la sala.
Poi spazio alle domande, alle osservazioni, alle riflessioni. Soprattutto domande, alle quali Benedetta risponde col suo tono piano e tranquillo, e qualche punta di inaspettata ironia che mica l’afferri subito. Alle domande più “impegnate”, quelle ad esempio di geopolitica o giù di lì, risponde con un sorriso e un netto “mi spiace, non lo so”. Anche questo dimorare solo su ciò che si sa per certo, ci fa bene al cuore e al cervello.

Dalle ultime file qualcuno chiede se i volontari e i medici presenti sulla nave riescano ad avvertire i rifugiati sulla situazione – per nulla facile – che si troveranno a vivere in Italia, da lì a poche ore. Benedetta sorride e le scappa(?) un’espressione provocatoria che prende tutti in contropiede: “noi li lasciamo in pace, a godersi questa breve crociera di due giorni”. Proprio così, usa con disinvoltura quell’espressione sarcastica utilizzata da Salvini e soci: crociera. Ma poi si spiega: “a bordo la prima sera sono tutti stanchissimi e nel giro di poco il ponte si satura di corpi distesi, incastrati gli uni negli altri, che dormono profondamente. Hai voglia a far discorsi. Dal mattino dopo c’è il ritorno alla vita, e nella seconda sera esplode tutta la vitalità di chi sa di essere sopravvissuto: musica improvvisata, canti, balli dai quali  si sprigiona tutta la voglia di vivere e che tirano dentro anche  l’equipaggio. Vuoi metterti a prefigurare le tristezze che li aspettano?”
Come dire, tre giorni in cui spesso si passa letteralmente dalla morte alla vita. Di fronte a questa “crociera” controcorrente sull’Acheronte, anche i raziocinii di questa sera, il nostro buon senso, sembrano minuscoli e inadeguati.

Molti, alla fine della conferenza, osservano che eravamo tutti “tra di noi” – sottintendendo che la pensavamo tutti allo stesso modo; e i più pessimisti bisbigliano il timore che quelli “come noi” fossero proprio tutti lì.
Nonostante la bellissima serata, ci sentiamo ancora pochi, impotenti. 

Abbiamo bisogno, per restare davvero umani, che ci venga in soccorso la cruda vitalità di una seconda serata.


Oliviero Motta

 

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