17 settembre 2018

Radici e pilastri

La prima volta che l’ho visto, voltando le spalle ai portali del Duomo, non ero ancora maggiorenne; le ambulanze erano parcheggiate lì davanti e gli infermieri del pronto soccorso bivaccavano all’esterno, sulle panchine di pietra addossate alla grande facciata. Fa impressione ripensarci oggi, che il Santa Maria della Scala è diventato, com’è giusto che sia, un museo. Un signor museo. Negli anni ottanta del novecento, invece, aveva ancora la funzione che ha avuto almeno dall’XI secolo, quella di assistere e curare. Fa quasi tenerezza rivedere oggi la grande foto in bianco e nero che ritrae i pazienti nei loro letti, sovrastati dai grandi affreschi quattrocenteschi della sala del Pellegrinaio: la migliore testimonianza di come la vocazione di questo luogo sia rimasta intatta attraverso i secoli.


Perché se visiti oggi il Santa Maria della Scala a Siena ti rendi conto di quali siano le radici del nostro Paese, i pilastri che hanno fatto grande, nonostante tutti i piagnistei di oggi, la nostra civiltà. In particolare basterebbe concentrarsi sugli affreschi, con le loro immagini vivide di consegna di cibo e vestiti, di gambe squarciate da ferite sanguinanti, di balie al lavoro o retribuite a grano, di distribuzione di elemosine. Un’iniziativa nata nel cuore del Medioevo per ospitare i pellegrini in cammino verso Roma, e dunque per accogliere stranieri, che rapidamente ha allargato la sua mission, diremmo oggi, all’assistenza degli indigenti, degli ammalati, degli orfani. Di tutta quella varia umanità che rischiava, e rischia, di essere lo “scarto” di ciò che invece è regolare, sano, indigeno, convenzionale. Non per niente gli orfani, che qui trovavano riparo, assistenza e possibilità di crescere, erano chiamati “gettatelli”. Più chiaro di così!
E questa attività di cura e di assistenza non era un’iniziativa marginale di Siena - e di tutti i grandi centri medioevali e rinascimentali d’Italia e d’Europa – ma una delle quattro radici dalle quali ha preso linfa la pianta dell’autonomia comunale. Un pilastro che è cresciuto in contemporanea agli altri tre: le istituzioni cittadine (all’inizio l’autorità vescovile), l’organizzazione militare, l’attività economica di commercianti e banchieri.

Ecco. Non un’iniziativa per buonisti o per persone che non avevano nulla da fare, ma una vera e propria attività istituzionale, parte integrante - con pari dignità - della vita cittadina e della Repubblica senese. Che sta nel cuore della città, davanti alla cattedrale e accanto alla Prefettura.

Ricordiamocelo quando cercano di far passare l’accoglienza come una iniziativa anti-italiana, come collusione col nemico, come tradimento dei valori nazionali.
Balle.

I veri valori nazionali sono – anche – qui. Perché qui stanno le comuni radici di molte delle attuali professioni sociali e del volontariato e, al contempo, del grande movimento comunale e del’umanesimo europeo.
Certo, poi le istituzioni, consolidandosi e stratificandosi, si sclerotizzano, s’irrigidiscono e creano problemi che quasi sempre appannano la vocazione originaria. E’ il destino delle opere dell’uomo e della donna, di oggi come di ieri.

E infatti anche il Santa Maria della Scala ha vissuto nel tempo tutti i problemi insiti nel diventare istituzione: vincoli organizzativi, valenza economica, giochi di potere, con tutto quello che si può immaginare.
Ma non per questo è lecito svalutare e negare il suo valore fondativo.

Restare umani significa anche conservare questa memoria e alimentare così la consapevolezza di cosa voglia dire, per davvero, essere italiani.

 Oliviero Motta

2 commenti:

  1. ...perfetto. Il significato dell'essere italiani. Il senso vero della civiltà occidentale - se esiste - e della sua evoluzione, e della sua attrattività come modello. Grazie

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  2. Mi piace! La storia va raccontata collegata ad arte e attualità! Grazie!

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