21 agosto 2018

Avvicinatevi. Più vicini.

"Avvicinatevi. Più vicini. Perché più pensate di vedere, più sarà facile ingannarvi”. Chissà perché mi viene in mente la frase paradossale con cui si apre il film “Now you see me”, quello dei maghi del crimine. In queste settimane di manipolazione sul tema dell’immigrazione, il meccanismo è, evidentemente, quello contrario: bisogna rimanere distanti dai fenomeni e dalle persone, perché solo così possono riuscire i trucchi salviniani. Lontani dalle fonti, così non si approfondiscono i problemi e si può alimentare l’illusione delle scorciatoie che risolvono, sfumando la complessità. E lontani dalle persone vere, per fare di tutta l’erba un fascio, annullando le storie in un unico blocco minaccioso.

Ieri il mio amico Luciano, a conclusione di una delle nostre belle chiacchierate periodiche, mi ha salutato dall’altra parte della strada con uno squillante “Siamo stati fortunati, dai”. Intendeva dire che avremmo potuto nascere qualche decennio prima o dopo, qualche parallelo più a sud o qualche meridiano più a est, e la nostra esistenza sarebbe stata radicalmente diversa. Ha tremendamente ragione. E una delle tante nostre fortune è il mestiere che facciamo: un lavoro sociale  a contatto con le trasformazioni e i problemi delle persone in carne ed ossa.
Da questo punto di osservazione, proprio di lato agli operatori e ai servizi di accoglienza, posso sperimentare quanto la temuta invasione sia in realtà fatta di percorsi individuali differenti e multiformi. Ciascuno diverso dall’altro. Prendiamo i giovani africani richiedenti asilo. Il meccanismo di accoglienza è sostanzialmente lo stesso per tutti, ma il modo di interpretarlo cambia quanto è varia la nostra comune umanità. Chi si sbatte e chi no, chi impara la lingua e chi rimane al palo; quelli che si creano una rete di amicizie attraverso la quale trovano un lavoro a tempo di record, quelli che si isolano. Quelli che non sgarrano di un millimetro, spinti dalla voglia di farcela e chi getta al vento le opportunità migliori. Solo nelle settimane estive, per fare degli esempi, alcuni nostri ospiti hanno affrontato l’esame di maturità e altri si sono fatti espellere dall’accoglienza perché hanno rifiutato – per orgoglio – di mostrare i proprio (regolarissimi) documenti a un pubblico ufficiale.

Percorsi individuali, in cui ciascuno – nonostante tutto – rimane padrone del suo destino. E ne fa quel che può.
Perché perfino l’immigrazione giovanile dall’Africa oggi è trasformata dalla globalizzazione, e non proprio dalla sua dinamica migliore. Così Mario Giro, da “L’Espresso”: “Assieme ai cambiamenti economici ben noti, la globalizzazione ha provocato in Africa una rivoluzione antropologica. In particolar modo tra i giovani. Essi hanno una mentalità completamente diversa da quella dei loro genitori: lo stacco è molto forte. Le vecchie generazioni africane pensavano che le cose si dovessero fare insieme (come nazione, clan, etnia o almeno come classe di età). Ora invece la priorità è lasciata al destino individuale. Ma ciò è avvenuto in pochi anni. I giovani africani, nati “senza Stato”, in maggioranza cercano il benessere individuale: la globalizzazione è il loro “Sessantotto”, la loro “rivoluzione dell’io”; sanno che nella globalità devono cavarsela da soli, che non ci sarà più nessuno ad aiutarli, lo Stato assistenziale, la famiglia o il clan. La spinta a ricercare il proprio interesse individuale ad ogni costo è molto forte. L’impulso ad emigrare va letto come una reazione, spinti dalla fretta di carpire qualche briciola dello sviluppo globale”.

Siamo tutti individui. Visti da vicino.

Oliviero Motta

1 commento:

  1. Ogni persona segue i propri interessi personali anche chi dice di essere altruista

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