20 luglio 2018

Tra il dire e il fare

Al centro della riflessione di oggi ci sarebbe Marco 6,1-6, ma il confronto vira subito sull’attualità. Perché quello che si legge sui social o si sente alle tv non può lasciarci tranquilli. D’altra parte è sempre stato così, questi incontri fin dall’inizio sono serviti, qualche volta più, qualche altra meno, a confrontare i nostri punti di vista sui temi e sulle sfide della vita quotidiana: il bilancio familiare, la crescita dei figli, le relazioni di coppia, l’impegno sociale, la politica. E quindi come facciamo a non andare fuori tema – se poi di fuori tema si tratta – di fronte a un frangente della storia (o della cronaca?) italiana che qui avvertiamo tutti come triste e pericoloso? Sentiamo infatti come profondamente ingiusta la marea di livore e di chiusura nei confronti di chi scappa da fame e guerre, avvertiamo come pericoloso questo agitare parole d’ordine che individuano con facilità i capri espiatori di difficoltà e lacune che affondano invece le proprie antiche radici proprio nell’italianità.


Ma qui alcuni fra noi avvertono con particolare sensibilità anche il silenzio delle nostre chiese, la genericità di tante omelie, la prudenza, che rischia di diventare connivenza, di molti ambienti ecclesiali. Ovviamente non è in ballo la limpidità e la nettezza del magistero del Papa, ma quello che succede più a valle, quando il messaggio di accoglienza dovrebbe spezzarsi come il pane, diventare parola e prassi quotidiana o giù di lì. Emerge alla fine, da parte di tutti i presenti, l’esigenza forte di non stare a guardare, di prendere parola - come cittadini qualsiasi, non per forza  aggregati a un partito o a una realtà sociale – per non rimanere isolati come monadi.
Ci interroghiamo l’un l’altro sul leniniano “che fare?”, ma il desco comune ci chiama; è pronto in tavola, e anche questo è un modo di condividere.

Alla fine dell’incontro mi porto via la sensazione positiva di un piccolo mondo che continua a pensare, a rimanere aperto, umano. Ma mi rimane anche un cruccio, tutto personale. Da un lato credo (o spero) che ci sia in giro tanta gente come noi, che vive la stessa impasse: desidera dire, uscire allo scoperto, trovare sponde per prendere parola e non restare inerme. Dall’altra, vivo un’esperienza – quella della cooperazione sociale – che su questo versante opera concretamente, mettendo in pratica “opere segno” che possono parlare al di là della pura gestione di servizi d’accoglienza.
Sento come paradossale che queste due dinamiche – da un lato chi vorrebbe muoversi e rischia di stare fermo, dall’altro chi opera ma rischia di rimanere isolato – non trovino un punto di positiva connessione, non virtuale ma incarnata in un territorio preciso.

Avverto confusamente che questi bisogni - prendere parola attraverso fatti concreti e creare una comunità attorno ai “servizi” d’accoglienza – possono, in teoria, soddisfarsi a vicenda. Come possiamo evitare da un lato che tante singole persone non riescano a fare “volume” e opinione e, dall’altro, che la cooperazione soccomba nel vuoto che rischia di circondare i suoi servizi, troppo spesso autocentrati?

Ma come potrebbero nascere e svilupparsi queste connessioni? A che condizioni? Secondo quali percorsi e forme?
Sento che da un lato non può ridursi tutto a miope fundraising, ma tanto meno - dall'altro - può concretizzarsi in un impegnativo volontariato.

Abbiamo bisogno di  forme innovative d’impegno; passerelle leggere, ma resistenti nel tempo, tra il dire e il fare.

Oliviero Motta

1 commento:

  1. Esistono le incompatibilità personali e ambientali e ognuno cerca e trova il suo posto nel mondo compatibile con la sua personalità, inserire o obbligare una persona dinamica in un contesto di devianza significa essere criminali delinquenti, i simili devono stare insieme.

    Tra il dire e il fare c'è di mezzo il mare e chi non sa navigare affonda, il mondo è sempre stato così, italia è troppo miope per fare innovazione, le psicopatologie sono in aumento da decenni perché italia è settaria e non sa guardare oltre al proprio naso perché questo paese vive bene solo in questo modo.

    Sono gentilizi raramente parlano con cognizione di causa, sputano parole e poi fanno finta di star male, sono visionari e sanguinari e i fatti documentano da decenni e decenni

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