giovedì 5 luglio 2018

Ermes

Ermes ci manca sempre. Ma ci sono giornate nelle quali la sua assenza si fa più pesante, più acuta. Almeno una volta al mese, quando ci ritroviamo insieme: quattro coppie, otto amici da quasi trent’anni. Ora, inevitabilmente, sette. Abbiamo vissuto insieme ognuna delle tappe che attraversano le famiglie. Semplici, regolari, feriali. Come feriali sono stati sempre i nostri incontri; darci appuntamento per ascoltare la Parola e scambiarci i punti di vista sulle sfide che ci trovavamo di fronte: l’uso del denaro e del tempo, le scelte educative, la fede e la Chiesa. E poi, condividere la tavola.

Ma ci sono altri particolari frangenti nei quali desidererei averlo a tiro e attingere alle sue risorse di uomo retto, pulito. Perché tra i tanti difetti che anche lui si portava dietro, c’erano queste due singolarità, che lo facevano unico, come due facce di una moneta rara, quasi introvabile: il suo spiccato senso materno, con un’acuta sensibilità verso i più piccoli, e il suo essere sanguigno, pronto allo scatto, alla reazione.
Queste due componenti si combinavano, ed uscivano come un geiser, ogni volta che intravvedeva un sopruso, un’ottusa furbizia o un’angheria ai danni dei più piccoli. Fossero i suoi ragazzi a scuola o gli oppressi della terra.

Appunto. Di fronte alle cronache di questi giorni, a un Ministro dell’Interno professionista delle furbizie, forte con i deboli, pronto a indicare alle masse i nuovi capri espiatori, ecco, mi manca la sua capacità di gonfiare le vele di sdegno e i suoi leggendari “ mavaaaffa” che neanche Grillo. Non che fosse un leone da tastiera, tutt’altro; con la sua voce talvolta flebile argomentava, eccome. Ma aveva un innato senso del tempo esatto, quando ci voleva quell’“andate a quel paese” che un secondo prima o un secondo dopo, non era mica lo stesso.
Che direbbe oggi Ermes, davanti ai bambini separati alla frontiera americana o all’odissea dell’Aquarius? Facile da intuire, impossibile - per noi - da replicare. Perché il suo sdegno nasceva dal sapersi immedesimare completamente negli affetti delle persone vittime di esclusione o di umiliazione; per lui, ancora prima che uomini e donne, si trattava di padri, madri, figli, sorelle. I legami di affetto delle persone, nella sua visione, venivano prima delle persone stesse. E se il mondo lo leggi così, non puoi stare fermo, non sai cos’è l’indifferenza.

Di fronte alla scomparsa di un proprio caro o amico, la domanda che non possiamo evitare di farci, anche se non siamo credenti è: “dove sei?”.
Ovviamente non so dove si trovi ora, Ermes. A me però piace pensare che “riviva” attraverso ciò che è stato acquistato con le risorse raccolte durante il suo ultimo saluto. Sono dei mobili: una cucina e un salotto che arredano attualmente la casa di una parrocchia che ha deciso di ospitare quattro rifugiati e richiedenti asilo. Quattro ragazzi del Mali che ogni giorno frequentano laboratori di formazione in ceramica, legatoria, sartoria, pelletteria, ciclo meccanica, falegnameria. Dal lunedi al venerdi – ma qualche volta anche il sabato, per gli workshop aperti a tutti – escono di casa e attraversano la piazza principale della cittadina per arrivare a destinazione.

Nel tardo pomeriggio, come una delle tante normali routine, tornano nel loro appartamento; tutto apparentemente consueto, regolare. Solo che, ovviamente, questi giovani non trovano ad aspettarli né parenti né amici.
Trovano i mobili di Ermes. “Com’è andata oggi? E’ stata una buona giornata? Ti sei ricordato di telefonare a tua mamma?”

Affetti. Persone. Casa.
 

Oliviero Motta

Nessun commento:

Posta un commento