8 giugno 2018

Poveri aggettivi


Probabilmente in quel momento ero distratto e non ho afferrato bene le parole. Mi è sembrato che il relatore avesse detto “povertà strumentale” o “povertà attrezzistica”, o cose del genere. Ero infatti alla presentazione di un nuovo Emporio “Fai da Noi”, un’iniziativa promossa e sponsorizzata da una nota azienda del fai-da-te. Gli Empori “Fai da noi” sono in pratica dei luoghi di condivisione di materiale dove le persone o le famiglie in difficoltà  - che necessitano di effettuare lavori di manutenzione di base, piccole ristrutturazioni o lavori di decorazione - possono utilizzare gratuitamente, proprio come presso una biblioteca, gli utensili necessari.
Un’iniziativa indubbiamente interessante, che si va diffondendo in tutta Italia e che ha il merito di promuovere luoghi di aiuto concreto a chi fa più fatica, ma anche ambiti di socialità, in cui le famiglie vulnerabili possono trovare relazioni positive; il tutto nell’orizzonte della condivisione dei beni materiali e della lotta allo spreco.

Insomma, tutto a posto. Ma l’intervento del promotore mi ha fatto suonare un campanellino che mi è rimasto in testa fino ad ora: come sarebbe “povertà attrezzistica”?! 
L’espressione fa il paio con altri tipi di definizioni che in questi ultimi anni si sono diffuse: ad esempio povertà energetica (a indicare coloro che non riescono a pagare le bollette di gas ed energia elettrica) o povertà alimentare (che identifica le famiglie che non riescono a soddisfare i primari bisogni alimentari e devono recuperare il cibo dalle mense o attraverso i pacchi alimentari degli enti assistenziali).

Non so se esistano altre espressioni del genere, ma questo florilegio di aggettivi mi colpisce e mi fa riflettere. Perché si sente questa necessità di affiancare alla parola “povertà” un aggettivo che la qualifichi e la specifichi su un versante particolare e su un bisogno specifico dell’essere umano?
Dietro mi sembra di scorgere l’esigenza di specificare il punto di vista di chi agisce e promuove interventi particolari; insomma, se produco e commercializzo energia dico che mi dedico a contrastare la “povertà energetica” perché così do un confine al mio impegno, lo personalizzo, lo specifico. In qualche modo limito il mio compito - e le possibilità effettive d’intervento - al mio campo, a quello che so fare. In quest’ottica mi sembra un dato positivo: potrebbe infatti essere il frutto di una consapevolezza delle proprie capacità circoscritte e segnalare una sana assenza di deliri di onnipotenza.

Se questo significa promuovere una visione più complessiva della povertà e della vulnerabilità, nella quale la mia iniziativa deve necessariamente comporsi con quella di molti altri, allora tutto bene.
Ma gli aggettivi potrebbero nascondere invece il protagonismo e la centralità del logo di chi si muove, di chi “fa del bene”, mettendo così in secondo piano i destinatari. Perché al di là della fantasia negli aggettivi, la verità è che esiste una sola povertà. Una parola che forse fa meno paura, se opportunamente coniugata con qualche specificazione.

Senza contare che gli interventi assistenziali su singoli aspetti, pur meritori, rischiano di soddisfare bisogni elementari, terribilmente parziali. Finendo così per risultare irrilevanti.
A meno che non  si colleghino in maniera intelligente e continua con altri tipi di attività - più promozionali e generative – in grado di valorizzare anche le energie delle persone in stato di bisogno, rimettendole in circolo.

 
Oliviero Motta

 

1 commento:

  1. Ho incontrato tante persone con linguaggi arcaichi, privi di senso, pieni di odio indiscriminato, arrogani saccenti e schifosamente bugiardi. Se ti trovi in mezzo a gente cosi o navighi o affondi quindi li ho sempre chiamati 'povera gente povere menti' ed ho continuato a navigare usando anche toni molto duri, spietati.
    I linguaggi sono come il carattere delle persone, non cambiano.

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