martedì 19 giugno 2018

Diavolo di un tangram


Quattro gruppi, quattro tavoli. Intorno ai tavoli cinque persone, sedute di fronte a triangoli, quadrati, strani trapezi. I partecipanti al “gioco” hanno aperto le loro buste e stanno meditando su come combinare le figure geometriche per formare un quadrato; anzi, il compito per ogni gruppo è quello di comporre - utilizzando tutti i pezzi a disposizione - cinque quadrati delle stesse dimensioni. Si “vince” solo se si arriva al risultato tutti assieme. E’ il tangram, un rompicapo cinese che la sapienza scout utilizza in attività di gruppo come queste, per far sperimentare in diretta che cosa voglia dire collaborazione e cooperazione.

Oggi a sottoporsi alla prova del tangram c’è il gruppo dei volontari degli Empori della solidarietà, una cinquantina di uomini e donne – persino qualche giovane – che ogni giorno animano questi strani negozi in cui le famiglie in difficoltà e vulnerabili possono fare la spesa senza spendere un euro.
 
Il percorso che i volontari compiono oggi, sotto la guida sapiente di Giovanni e la vigilanza occhiuta di un gruppo di giovani scout, è definito e scandito da varie tappe. La fase di avvio ha una prima regola: vietato parlare. E’ in questo silenzio che i volontari si concentrano sui pezzi della propria busta, interagendo con gli altri componenti del gruppo solo per ottenere qualche figura geometrica utile per sé; ma qui interviene la seconda regola: non si possono chiedere le forme geometriche degli altri, si possono solo offrire, naturalmente nel mutismo più completo.

Nascono quindi i primi scambi, in cui ciascuno è proiettato a completare il proprio quadrato, senza badare troppo a quello degli altri. E c’è anche chi raggiunge l’obiettivo individuale nel giro di qualche minuto: che ci vuole? Ma è lì che ci si comincia a render conto che pensare e realizzare il proprio quadrato non porta all’obiettivo di completare tutti e cinque i quadrati, anzi: rende tutto più difficile, perché poi i pezzi che rimangono sul tavolo si combinano in una maniera molto bizzarra.

Successivamente si ottiene il ”permesso” di parlare, sperimentando un livello più alto di connessione e di collaborazione. Ci si confronta su quello che c’è da fare, sugli scambi più efficaci a raggiungere il traguardo, spontaneamente cominciano a definirsi in nuce i ruoli nel gruppo: i leader, gli esperti, i critici.

Insomma in pochi minuti matura una dinamica di gruppo, quasi una creazione in vitro delle relazioni che di solito si intessono in mesi o anni di lavoro comune. Un vero e proprio time lapse.

Ed è in questa accelerazione delle dinamiche che si compiono scelte costruttive o distruttive, per sé e/o per gli altri, attraversando in meno di mezz’ora molte fasi che poi – al termine del “gioco” – vengono visualizzate e rielaborate tutti insieme, in cerchio.

Mi colpiscono in particolare due movimenti. Il primo conduce alcuni componenti a disfare il proprio quadrato per rendere disponibili alcuni pezzi per gli altri della squadra. Un movimento difficile da accettare, perché passa da una elaborazione profonda del proprio “lavoro” e del proprio ruolo, per arrivare a “sacrificarsi” per il bene comune del gruppo.

Il secondo movimento, invece, porta in una direzione opposta: siccome il gioco non viene, il gruppo comincia a cercare la “colpa” al di fuori di sé. Si sospetta un errore nella composizione delle buste, si favoleggia di un pezzo mancante. Della serie: “se non raggiungiamo l’obiettivo, qualcuno ci sta fregando”.

Condivisione e sacrificio versus ricerca del capro espiatorio. Ricorda niente?

Diavolo di un tangram.

 

Oliviero Motta

2 commenti:

  1. Complimenti, mi sono trovata troppo spesso in mezzo a branchi -professionali e non- che usavano solo il capro espiatorio cioè la sottoscritta, sono stata obbligata a navigare in mezzo a questa gentaglia ed ho vinto perché non sono mai stati gruppi. Ho imparato a fottere ogni tipo di branco che mi si è scagliato contro. Tutticontro uno.
    Questa è la mia esperienza in 44 anni.

    RispondiElimina
  2. Anonimo6/21/2018

    Bella analisi. Bell'articolo.
    Elia

    RispondiElimina