8 maggio 2018

La remuntada

Don Armando deve essere juventino, perché ammiccando gli scappa un altisonante ”abbiamo fatto meglio della juve!”. Ma subito dopo si corregge: “anzi, abbiamo fatto come la Roma col Barcellona”.

E ha ragione, è stata davvero una bella remuntada: la prima partita l’avevamo persa in modo netto, anche se la vicenda si era trascinata attraverso lunghe settimane di melina. O di sfiancante torello, con la palla a ballare sempre dentro lo stesso cerchio. La sfida d’andata si è disputata ormai più di due anni fa e all’inizio sembrava facile facile, come giocare in casa: una congregazione di suore aveva messo a disposizione una ex scuola di sua proprietà, c’era l’accordo con la Prefettura, l’equipe degli operatori era stata composta, si stava procedendo agli arredi per aprire un nuovo centro di accoglienza per richiedenti asilo. Erano mesi di grande tensione, per l’aumento poderoso degli arrivi dalla Siria e dalla Libia, ma anche di speranze e nuovi entusiasmi, dovuti alla svolta della Merkel sulla rotta balcanica, prima dell’accordo UE con la Turchia.

Insomma, era tutto pronto per ospitare trentadue profughi sub-sahariani, ma avevamo sottovalutato la capacità dell’amministrazione locale, a trazione leghista, di metterci i bastoni tra le ruote. Il sindaco, dopo averci cortesemente accolti nel suo ufficio, ce l’aveva predetto:  avrebbe fatto di tutto per impedirci di aprire l’accoglienza. E, nel caso fossimo riusciti nell’impresa, per ogni euro speso – da chiunque – per i richiedenti asilo, lui ne avrebbe tolti altrettanti alla spesa per i cittadini stranieri residenti nel suo Comune. Una ritorsione illogica e anche un tantino sadica. Ma in realtà ci siamo dovuti fermare addirittura prima di aprire il centro, soprattutto a causa – proprio come la maggica al Camp Nou  – di un paio di nostri ingenui autogol sul piano dei regolamenti edilizi, che hanno inevitabilmente determinato il nostro scacco.
Ma in ogni sfida che si rispetti c’è anche il ritorno.

Grazie alla determinazione della Chiesa locale, infatti,  il percorso è stato ripreso, con pazienza e accortezza. Don Armando ha preso in parola le oscene invocazioni piazzaiole a portare i profughi “a casa tua”. Detto, fatto. Nel giro di qualche mese un appartamento proprio sopra quello del parroco è stato risistemato a regola d’arte e ha aperto i battenti come centro di ospitalità per nove giovani uomini richiedenti asilo. Un nutrito gruppo di educatori e volontari lo anima ormai da mesi, con passione e dedizione. E da oggi il centro ha anche un nome ufficiale: “Casa di Adama”. Il nome è stato scelto in memoria di Adama Kanouté, un maliano di 31 anni che l’anno scorso ha drammaticamente deciso di togliersi la vita vicino alla stazione centrale di Milano. La storia di Adama è analoga a quella di tanti migranti, costretti a lasciare i propri affetti per intraprendere viaggi drammatici. Inaugurare ufficialmente una casa di Adama equivale a dire: “mai più persone senza casa, senza futuro, senza una prospettiva di vita”.
E quello che ha entusiasmato la nostra “curva sud”, oggi, è stata la presenza dell’Arcivescovo di Milano, Mons. Delpini. Intervenuto a un convegno sulle buone prassi d’accoglienza in diocesi, ha voluto attraversare a piedi il centro cittadino e arrivare fin qui, per dare la sua benedizione alle quattro mura, ma soprattutto agli ospiti e ai volontari. Un gesto feriale, senza striscioni o masse al seguito, che però ha dato il segno di cosa significhi coltivare speranza e fortezza.

Quando ci si crede per davvero, si compiono piccole imprese.
Grande remuntada, mister Armando!

 
Oliviero Motta

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