21 marzo 2018

Tralignamenti

Tralignamento: ecco la parola giusta. Me la porge nebbioso e indolente il commissario Adamsberg, dalle pagine dell’ultimo libro di Fred Vargas. Tra un morso di ragno e dieci misteriosi omicidi da risolvere, il commissario deve anche affrontare e tener testa al tralignamento del suo braccio destro, il comandante Danglard.


Invece nel gruppo dei custodi, in un bel confronto a partire dalla loro esperienza nei centri d’accoglienza, era emerso il termine “tradimento”, che però era suonato subito esagerato, impreciso nella sua secchezza. E ora eccolo qui il vocabolo perfetto, saltato fuori improvvisamente, tre giorni dopo quel confronto. Tralignamento: “allontanamento dal complesso delle qualità proprie di una stirpe o di una tradizione (considerato con un senso di deplorazione solenne); deviazione dalle norme tradizionali della propria famiglia”. Perché la maggior parte dei custodi che lavorano nelle strutture di accoglienza aperte h24 (rifugi notturni per la grave emarginazione, accoglienze per i richiedenti asilo, case alloggio per minori stranieri non accompagnati) è straniera e tanti hanno percorso tutto l’iter classico del rifugiato: arrivo irregolare in Italia, richiesta di asilo, ospitalità nelle strutture del sistema nazionale d’accoglienza, corsi di lingua, concessione della protezione internazionale da parte dello Stato italiano, inserimento nel tessuto sociale e lavorativo del nostro Paese.

Alcuni, in questo lungo percorso, si fanno notare per empatia, capacità organizzative e affidabilità e può capitare che venga offerto loro di passare un po’ dall’altra parte della barricata, per così dire: da ospiti a custodi, quasi sempre in un’altra struttura simile a quella dove furono accolti. E’ evidente come questo lavoro, in regola e con tutti i crismi, diventi il primo gradino per acquisire una completa autonomia: ci si può fare allora una famiglia o ci si può far raggiungere dai propri cari rimasti nel Paese d’origine. Insomma, ci si inserisce completamente nel tessuto e nel contesto delle nostre piccole o grandi città. Naturalmente qualcuno poi cambia lavoro e trova altre rotte da seguire nella vita, ma altrettanti continuano a “custodire” i propri fratelli richiedenti asilo, anche per molti anni, durante le notti e i weekend.
E’ proprio in questo contesto che può capitare di essere accusati, naturalmente con altre parole, di tralignamento. Perché i custodi da un lato possono mettere in campo le proprie competenze di naturali mediatori culturali e dialogare direttamente con i propri connazionali, ma dall’altro devono sorvegliare e garantire le regole comuni, che fanno riferimento a un contesto normativo e valoriale inevitabilmente europeo ed italiano. Ed é proprio qui che i nostri custodi possono essere percepiti come troppo “italiani”, come esseri umani che hanno tralignato le “qualità della propria stirpe o tradizione”. Nascono allora incomprensioni e anche veri  e propri conflitti che richiedono sapienza ed equilibrio.

“La mia passione è la polis – ci dice Ali – mi piace tenere la mia porta aperta all’umanità, in entrata e in uscita, ascoltare e offrire quel poco che posso; se riesco a far stare meglio qualcuno, sto meglio anch’io”.
Può far sorridere che Thierry o Ali, con la loro inconfondibile pelle nera, possano essere considerati “troppo italiani”, ma è proprio così.

Dall’altra parte, però, non si può dimenticare tutta l’inevitabile attrazione di queste storie “riuscite” nei confronti di chi deve ancora fare tutto il percorso. I custodi sono persone che indubbiamente “ce l’hanno fatta”: hanno piantato radici, messo su famiglia, sono autonomi e liberi. E allora perché non anch’io?
In questo difficile equilibrio tra non più e non ancora, ci sono davvero delle belle storie da decifrare, per chi ne abbia interesse.

Belle storie di ricca e rotonda umanità. Quella che non va, mai e poi mai, tralignata.

 Oliviero Motta
 
La fotografia è di Angelo Rossi

4 commenti:

  1. In Italia c'è sempre qualcosa che non va perché il dna degli italiani ha qualcosa che non va che li porta a vedere i cd falsi problemi, è vero che per saper gestire conflitti occorre equilibrio pazienza e intelligenza sociale ovvero la grande virtù umana che permette, a chi ne è dotato - ta, di navigare in mezzo al caos e all'odio sociale.
    Complimenti

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  2. In Italia c'è sempre qualcosa che non va perché il dna degli italiani ha qualcosa che non va che li porta a vedere i cd falsi problemi, è vero che per saper gestire conflitti occorre equilibrio pazienza e intelligenza sociale ovvero la grande virtù umana che permette, a chi ne è dotato - ta, di navigare in mezzo al caos e all'odio sociale.
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  3. Indubbiamente le storie di coloro che hanno fatto un cammino di reale integrazione, hanno dentro questa ambivalenza di "avercela fatta" legata al sospetto, puramente strumentale, di aver in questo modo "tradito/rinnegato le proprie origini". Tenere insieme queste due istanze è senz'altro uno degli aspetti più difficili per mantenere la rotta verso una nuova umanità.

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  4. I confini e le storie di confine (di qua/di là; prima/dopo; noi/voi...) sono sempre le più stimolanti. Tralignare = uscire dalle linee già tracciate... Fuoripista, insomma: rischio e avventura

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