8 marzo 2018

Dal desiderio al progetto

Le testimonianze di chi ha sperimentato i “laboratori di comunità” mi colpiscono per un aspetto ricorrente: il passaggio dal desiderio di fare qualcosa di bello e utile insieme agli altri, alla realizzazione concreta. Ecco alcune delle voci raccolte: “Mi sento una privilegiata ad avere qui qualcosa del genere, penso sia una cosa piuttosto insolita. Vivevo a Milano e non ci si conosceva nemmeno tra vicini di casa. Ora l’idea di mettere insieme la comunità, di avere uno spazio disponibile dove ognuno possa esprimere il desiderio di fare qualcosa insieme, credo sia molto bello, sia un’opportunità”.


Ognuno può esprimere le proprie necessità, anche l’esigenza di fare qualcosa insieme. Dato che ci si può esprimere liberamente, di solito le richieste vengono accolte dagli altri: insomma si trova qualcosa in comune che piaccia a tutti e si fa in modo di creare insieme. In ogni caso è bello per tutti, perché nessuno sa mai cosa lo aspetta, cosa succederà dopo”.
E ancora: “Per me è stata la prima esperienza in cui sono passata da un’idea alla sua concretizzazione. A me ha insegnato cosa vuol dire portare avanti un progetto in maniera concreta. Portarlo avanti insieme ad altre persone è fonte di una conoscenza più intima. Il laboratorio di comunità rende più leggere le giornate a chi si occupa dei bambini (mamme, nonne, tate)”.

Possono sembrare espressioni un po’ ingenue e può persino dar fastidio questo candore da mondo ideale, fatato. In realtà i protagonisti dei laboratori di comunità non nascondono anche le difficoltà della convivenza, le delusioni, le frustrazioni dei percorsi interrotti, le dinamiche faticose tipiche di gruppi che si consolidano e durano nel tempo.
Ma qui vorrei sottolineare invece l’aspetto del passaggio dal desiderio alla concretizzazione di piccole iniziative di aiuto (corsi di lingua italiana per donne straniere, per esempio) o culturali (laboratori di cucina condivisa) o educative (tempo gioco per bimbi e famiglie). Come mai questo passaggio colpisce così tanto chi partecipa ai laboratori? Perché viene evidenziato con tanta enfasi?

Credo che ciò sia dovuto a un dato di  realtà molto semplice, di cui prendere atto. Oggi, in questa società dei frammenti e dei legami deboli o virtuali, fare questa esperienza diretta non è (più) una opportunità alla portata di molti. Nella biografia di un sacco di nostri concittadini manca proprio questa esperienza. Ma pensiamoci un attimo: nell’infanzia facciamo esperienza di gruppo ma non abbiamo l’autonomia e le risorse per costruire dei reali cambiamenti attorno a noi, la scuola è quasi ovunque carente di questa logica incentrata sul gruppo e sulla creatività. L’esperienza nelle parrocchie – dove ancora è relativamente possibile toccare con mano cosa significhi fare gruppo tra adolescenti o giovani e sperimentare volontariato – cessa per la gran parte delle persone dopo i 12 anni, conseguito l’ultimo sacramento “obbligatorio”.
E il percorso lavorativo altrettanto spesso manca di questa vitale passerella tra il proprio desiderio e quello degli altri, tra il sogno (non individuale) e la sua realizzazione. Più frequentemente il lavoro è solo esecutivo, incasellato in strutture gerarchiche che non richiedono sforzo comune, creatività collettiva, realizzazione condivisa e cooperativa. Per non parlare dell’impegno politico, diventato ormai un’attività di gruppi ristrettissimi.

Insomma, mi sono fatto questa idea: che la partecipazione ai laboratori di comunità – animati per lo più da cittadini che non hanno una precedente esperienza associativa, ormai anch’essa piuttosto rara – sia effettivamente una novità, una esperienza inedita per la gran parte delle persone che abitano le nostre città.

Per questo incide nel profondo e viene descritta con parole che possono apparire melense.

E’ un po' come il primo bacio. Ti cambia la vita.
E non è poco.

 
Oliviero Motta

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