8 febbraio 2018

Agorà

Più che una piazza, ricorda l’interno di una trattoria, o di un’osteria: tavoli rettangolari, sedie impagliate, tovaglie a quadri bianchi e rossi. Un ambiente accogliente, un tantino strapaese; tra di noi si scherza, ma sembra davvero di essere sul set di una delle trasmissioni di Giancarlo Magalli. E’ dunque in questa grande sala attrezzata che per la seconda volta in quattro mesi si raccolgono i cittadini protagonisti dei “laboratori di comunità”, diffusi in sei comuni del nostro distretto. A dispetto della location, questo convenire periodico ha un nome altisonante: Agorà.

Ma che cos’è un laboratorio di comunità? E’ un gruppo informale di cittadini che si incontrano periodicamente. Non sono però gruppi di formazione, psicoterapia o auto mutuo aiuto, perché il loro baricentro è verso l’esterno, rivolto alla costruzione di progetti e iniziative per la propria città. D’altra parte si distinguono dai gruppi di progettazione, perché tengono aperte finestre riflessive, affinché le persone possano vedere ciò che stanno facendo e costruirne insieme il senso. I laboratori nascono da alcune attività più semplici che fanno da attivatrici: corsi su tematiche educative organizzate per i genitori a scuola, ad esempio, oppure focus group con persone che hanno una buona conoscenza della comunità in cui vivono.
Da lì, creando un clima di fiducia e buone relazioni tra i partecipanti, si tenta di passare alla costruzione di un laboratorio di comunità vero e proprio. L’ipotesi è che ciascun gruppo, che ha come primo obiettivo quello di generare legami positivi tra i partecipanti, possa poi generare una rinnovata cittadinanza attiva, disponibile a impegnarsi per creare “servizi” gratuiti, auto-organizzati, leggeri e sostenibili, a disposizione di tutti. Una delle diverse strade per innovare il welfare, dal basso.
Ed è proprio qui che ora siamo arrivati col nostro lavoro: i tredici laboratori marciano ormai da più di due anni, le piccole reti locali di aiuto e di servizio sono state generate e si è sentita l’esigenza di cominciare a cucire una rete più estesa, in grado di connettere le esperienze locali in una realtà di territorio distrettuale.
L’osteria serve proprio a questo; prima i partecipanti a un laboratorio si siedono attorno allo stesso tavolo, poi sono chiamati a spiegare agli altri cosa fanno e di quali temi si occupano: spazi gioco per bambini, tempi per le famiglie, corsi di lingua, co-working e così via. Infine, ci si mischia, scambiandosi i posti per formare gruppi di rielaborazione delle esperienze; attraverso l’uso di un mazzo di carte, ci si pongono domande generatrici di uno scambio tra i presenti: sei stato in grado di vedere e raccogliere qualcosa di inaspettato? Qual è la cosa più bella che è successa? Da quali errori hai imparato? Quali nuove competenze ti porti a casa?

Nasce così un bel confronto tra le persone, la gran parte delle quali non appartiene a una associazione organizzata e non ha alle spalle esperienze di aggregazione.
Anche oggi emerge un dato che mi colpisce sempre quando prendono la parola i protagonisti dei laboratori di comunità, che nel nostro caso sono prevalentemente donne. La dichiarazione che il laboratorio di comunità è una specie di isola felice, dove respirare insieme ad altre donne; un’alternativa alle dinamiche e ai tempi della casa, vissuta molto spesso come un peso, una fatica. La casa – e quindi anche i rapporti familiari? – emerge come una specie di pentola a pressione che non fa star bene le persone, che nega le loro energie migliori. E i laboratori diventano così la valvola di sicurezza attraverso cui far uscire il proprio calore e disperderlo nell’aria.
Naturalmente non per tutti è così, ma mi impressiona quanto questo tema sia ricorrente nelle riflessioni.
Chissà che non possa essere proprio questa frustrazione la benzina per un nuovo – e diverso – ritorno del pubblico.
Se la casa ci va stretta, forse la piazza può tornare a essere una cosa viva.

Ridiventare Agorà.
 
Oliviero Motta

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