24 gennaio 2018

Onda verde

Murphy e la sua legge questo pomeriggio non ci hanno fanno neanche un baffo. E infatti usciamo dall’incontro con passo leggero, come di chi ha trovato tutte le risposte; hai presente quando ti si dispiega davanti, del tutto inaspettata, l’onda verde dei semafori? Ecco: tutto liscio, che non pare neanche vero.
Siamo arrivati qui sospinti dall’esigenza di risolvere un problema molto concreto, sollecitati – come spesso accade – da uno dei tanti vincoli o richieste postdatate delle istituzioni con le quali lavoriamo. Capita, infatti, di avviare un servizio, un’attività e scoprire solo più tardi che ci sono richieste non esplicitate prima, pedanti adempimenti, vincoli burocratici, obblighi aggiuntivi a cui devi rispondere entro ieri, o l’altro ieri.

Anche questa volta è stato un po’ così. Avevamo a disposizione solo qualche scorcio di settimana per arricchire i nostri centri d’accoglienza con un servizio di assistenza sanitaria, diventato da pochissimo obbligatorio. Bisognava ingaggiare un medico per un bel pacchetto di ore alla settimana. Dove lo troviamo? Non sembrava facile, anche perché si tratta di accettare la sfida di venire a prestare la propria opera – peraltro non adeguatamente retribuita – in centri d’accoglienza “di frontiera”, attraversati e abitati da storie di immigrazione avventurose e difficili, nelle quali la cura della salute pare più un lusso che un diritto o un dovere. Eravamo in preda a molti dubbi pre-sconforto: sappiamo bene infatti che oggi i percorsi professionali di neolaureati e specializzandi non hanno molto spazio per lavori di questo tipo e dubitavamo di trovare in così poco tempo professionisti disponibili a buttarsi nell’avventura.

E dunque ci siamo guardati intorno, chiedendo qualche contatto alle nostre reti nel territorio. Siamo così finiti per incontrare questo gruppo di medici che lo scorso marzo si era già messo gratuitamente a disposizione di un’associazione per mettere in piedi un ambulatorio dedicato agli “invisibili”, a coloro che non possono o non sono in grado di avvalersi del servizio sanitario nazionale. Per fornire servizi di cura, anche; ma soprattutto di prevenzione e di educazione alla salute.
In tutto sono una ventina, di varie specializzazioni e a diversi stadi della carriera. In pochi mesi si sono già ottimamente organizzati e due volte alla settimana ricevono nell’ambulatorio individui e famiglie con vicende molto simili ai nostri ospiti.

Oggi abbiamo incontrato due di loro, un po’ le colonne dell’iniziativa: sono infatti tra coloro che hanno più tempo a disposizione, pensionati da qualche mese. Illustriamo il nostro bisogno e la necessità di stringere un eventuale accordo o contratto nel giro di qualche giorno.
Fanno molte domande, per cercare di capire come funzionano i nostri centri d’accoglienza, quali regole debbano rispettare e quali siano i principali problemi di salute che incontriamo nelle nostre strutture; sono medici, d’accordo, ma mi colpisce molto con quanta serenità tocchino argomenti complessi e scabrosi: scabbia, aids, malattie sessualmente trasmissibili, problemi psichiatrici.

Quanto è raro, ma quanto è bello leggere negli occhi di qualcuno “beh, che problema c’è?”. E non una volta, ma ad ogni passaggio e a ogni richiesta che avanzi.
E poi, accompagnato da poche asciutte parole, percepisci quell’”eccoci qua” che non ti saresti aspettato solo qualche ora prima.

Eccoci qua. Noi ci siamo.
Come venti semafori verdi, tutti di fila.

Oliviero Motta

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