11 gennaio 2018

Indovina chi viene a pranzo


“E’ un paese piccolo, cosa vuoi farci? A volte succede”. La prende bene Fabio, il volontario della Caritas che ha costruito con noi il percorso. Tutto sommato la prendiamo bene anche noi, soprattutto perché c’è poco da fare; effettivamente è un paese piccolo, mica siamo a Milano.
Ricordo che questa riflessione sul piccolo centro e sulle sue dinamiche l’abbiamo fatta anche al principio di tutto, quando la parrocchia locale non riusciva a trovare un immobile da mettere a disposizione dell’accoglienza diffusa per i richiedenti asilo. Capita, infatti, che le comunità locali non abbiano in proprietà appartamenti liberi e che i parrocchiani – nonostante gli accorati appelli dal pulpito - non si facciano avanti. Succede, soprattutto nei centri abitati di poche migliaia di anime, lontano dall’anonimato dell’hinterland, dove tutti si conoscono e il “rispetto umano” sovente prevale sul coraggio di esporsi, di metterci la faccia; e la seconda casa.

E’ la paradossale contraddizione dell’idea romantica di comunità, che fa ingenuamente corrispondere alla piccola dimensione una disponibilità e una generosità che invece, se ci sono, vengono spesso esercitate esclusivamente all’interno del ristretto giro della parentela.
Insomma, andava buca da un po’, quando finalmente Elena si era fatta avanti; come in altre occasioni, non si tratta di una credente praticante, ma di una persona fuori dal giro parrocchiale, che non voleva stare con le mani in mano di fronte a chi sfuggiva dalla guerra. L’inquilino della sua seconda casa se ne era appena andato, e lei aveva pensato di mettere a disposizione l’appartamento. Gratuitamente.

Ricordo ancora la prima visita: l’appuntamento in strada con Fabio, il vialetto, l’incontro con Elena nella bella casa al primo piano di una palazzina di quattro-cinque appartamenti. Un contesto signorile, direbbero gli operatori immobiliari. L’ingresso direttamente nel salotto, angolo cottura, bagno e camera. Due posti.
Per esperienza sappiamo che il percorso dalla prima visita all’effettivo ingresso dei richiedenti asilo non è per niente facile, né breve; e così è stato: come al solito, tra incontri preparatori e adempimenti burocratici, se ne sono andati via sei mesi.

Poi, finalmente, l’entrata ufficiale di due giovani della Costa d’Avorio, sostenuti da una manciata di volontari e dagli educatori della cooperativa Caritas.
Tutto come da manuale, potremmo dire. L’inserimento graduale dei due ragazzi nel contesto del vicinato, la frequenza dei corsi d’italiano, le attività in parrocchia, i turni di pulizia delle scale del condominio. Altri sei mesi dall’ingresso e tutto filava.

Ma. Ma mentre tutte quelle settimane passavano, qualcuno procedeva all’acquisto dell’appartamento a fianco. Anche l’acquisto di un immobile, dalla prima visita al rogito, porta via tanto tempo. E così, qualche mese fa, abbiamo tutti – ma proprio tutti - una brutta sorpresa. Il nuovo vicino viene a sapere che proprio lì accanto vivono due neri, e noi tutti scopriamo che nel condominio ha comprato casa l’uomo più razzista del mondo. Non un militante conosciuto in paese, ma un “importato” che ha portato con sé un mare di paure – della serie “io sono via spesso per lavoro e mia moglie con questi neri qua non ce la lascio” – ma anche una pesante aggressività che ha cominciato a premere su Elena.
Pressioni, aggressioni verbali, scenate in giro per il paese. Abbiamo tentato per un po’ di gestire il tutto con il dialogo, l’incontro, la mediazione. Ma nemmeno fare conoscenza con i due giovani e innocui africani è servita a smorzare la carica e il razzismo del nuovo vicino.

E cosa si poteva fare? Chiedere a Elena di resistere, di portare tutto il peso di una vita quotidianamente perturbata?
Dopo qualche mese, lei ha mollato; ci ha tristemente comunicato la volontà di disdire il comodato. E noi, tristemente, abbiamo spostato i due ragazzi.

“E’ un paese piccolo, cosa vuoi farci? A volte succede”.

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