venerdì 16 giugno 2017

Intercessione

Ci sto riflettendo sopra da un po’, perché mi sembra una chiave di lettura di molte situazioni e circostanze differenti tra loro. In sintesi, suona così: l’educatore, e più in generale l’operatore sociale, è sempre di più chiamato a mettersi in mezzo, a occupare una posizione mediana tra forze opposte e poco conciliabili. E’ ancora un concetto vago nella mia mente, un po’ nebbioso; ma ho ritrovato una riflessione di Carlo Maria Martini che può esprimere in modo molto efficace questa percezione.

All’epoca della prima Guerra del Golfo, parlando ai giovani di Azione cattolica, propose di riflettere sulla preghiera d’intercessione in favore della pace. A un certo punto, scartati alcuni atteggiamenti poco consoni al cristiano, riflette sulla vera intercessione, con queste parole: “Si tratta di mettersi in mezzo. Non è neppure semplicemente assumere la funzione di arbitro o di mediatore, cercando di convincere uno dei due che lui ha torto e che deve cedere, oppure invitando tutti e due a farsi qualche concessione reciproca, a giungere a un compromesso. Cosi facendo, saremmo ancora nel campo della politica e delle sue poche risorse. Chi si comporta in questo modo rimane estraneo al conflitto, se ne può andare in qualunque momento, magari lamentando di non essere stato ascoltato. Intercedere è un atteggiamento molto più serio, grave e coinvolgente, è qualcosa di molto più pericoloso. Intercedere è stare là, senza muoversi, senza scampo, cercando di mettere la mano sulla spalla di entrambi e accettando il rischio di questa posizione”.

Questo pomeriggio, di fronte al composto sfogo di Giorgio, ho ripensato intensamente alle parole del Cardinale. Giorgio coordina un intervento d’accoglienza di famiglie richiedenti asilo giunte in Italia attraverso un corridoio umanitario dal Medio oriente. Quattro famiglie come tante, travolte dai conflitti armati, riparate prima nei campi profughi delle nazioni vicine e poi arrivate in Italia grazie all’impegno delle organizzazioni umanitarie internazionali.

Giorgio e la sua equipe stanno lavorando da una manciata di mesi all’inserimento graduale delle famiglie nel nuovo contesto sociale: allestimento degli appartamenti, assistenza sanitaria, scolarizzazione dei bimbi, primi passi per la formazione e l’inserimento lavorativo. Ma lui sente che le famiglie non lo stanno seguendo come desidererebbe: si lamentano che i mezzi messi a disposizione della cooperativa sociale sono “troppo poveri”, che negli appartamenti non c’è il wifi, che l’assistenza non è all’altezza e così via. L’altra notte è stato svegliato alle tre di notte perché uno dei bambini aveva la febbre e la madre voleva portarlo al pronto soccorso; i miti consigli di Giorgio non sono serviti a evitare un ambaradan (ambulanza, pronto soccorso e lunga attesa) assolutamente sproporzionato alle condizioni reali del bimbo. Insomma, una fatica dietro l’altra, che hanno messo un po’ all’angolo il coordinatore motivato ed entusiasta, in favore di questo Giorgio un po’ mogio e amareggiato: “A volte mi chiedo se ne vale la pena. Da una parte queste famiglie senza misura e dall’altra le comunità che non le vogliono, che non fanno un passo per andare oltre i pregiudizi o, se va bene, l’indifferenza”.
Eccolo qui, Giorgio, in mezzo a posizioni e tensioni che paiono inconciliabili. “Stare là, senza scampo”, direbbe Martini.

Sono convinto che le pile di Giorgio si ricaricheranno presto, ritrovando la forte motivazione che l’ha spinto verso questo mestiere. Da scout, qual è, terrà fede alla sua promessa: “Con l'aiuto di Dio prometto sul mio onore di fare del mio meglio: per compiere il mio dovere verso Dio e verso il mio Paese; per aiutare gli altri in ogni circostanza”.

Nonostante la fatica, recupererà velocemente la posizione: una mano sulla spalla delle famiglie – persone come tutte le altre, né migliori, né peggiori – e una su quella virtuale della comunità in cui sono state inserite – anche questa né migliore né peggiore di tante altre.
Tra famiglie reali – per nulla ideali – e comunità altrettanto reali.

E lui in mezzo, a intercedere.

Oliviero Motta

1 commento:

  1. E' proprio vero che sempre di più è richiesto all'operatore sociale di saper stare "in mezzo" esposto alle intemperie delle parti in causa. E allora è necessario che le organizzazioni sostengano questo "stare in mezzo" sia rendendo consapevoli gli stessi operatori che questo è il loro campo di azione, sia con strumenti volti a rinforzare le motivazioni e il saper stare.

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