giovedì 19 gennaio 2017

Reciprocità

Avverto con profonda ambivalenza i tentativi di far apparire in una buona luce i rifugiati e i richiedenti asilo. La scorsa estate, ad esempio, sono state molte le occasioni nelle quali si è cercato di mostrare che anch’essi sono in grado di pulire spiagge e strade, cucinare per i piccoli scout, donare il loro pocket-money ai terremotati, approntare spazi per la protezione civile attivata nei paesi colpiti dal sisma. Tutte cose buone, molto buone. Occasioni per far sperimentare l’umanità di queste persone anche a chi non ha l’opportunità di entrare in contatto e in relazione diretta con loro.

Capisco molto bene che questo tipo di comunicazione sia necessario in un Paese nel quale il pregiudizio si alimenta di luoghi comuni, di bufale e leggende metropolitane fatte viaggiare ad arte col passaparola, reale o sui social network. Eppure avverto un fastidio strisciante ogni volta che facciamo questo tipo di operazione, perché mi sembra – come dire - di seguire il pregiudizio sulla sua strada; insomma, mi appare mortificante dover utilizzare quel sottotesto che, in fondo, dice “ecco, vedete, anche loro tutto sommato sono esseri umani, in grado di  sentire come noi, di operare per gli altri, di lavorare”. Mi sembra che così rischiamo di accendere la macchina del tempo, facendo un enorme passo indietro nella storia dell’umanità, nei tempi bui nei quali si discuteva se il nero – ma anche la donna – avesse davvero un’anima, fosse proprio un essere umano, come noi.

Non dovrebbe essere scontato, tutto questo?

Così facendo, potremmo probabilmente dedicare qualche energia in più a comprendere e a rimuovere ciò che a livello politico e istituzionale alimenta il  pregiudizio. Perché la percezione che “quelli lì” sono troppi, sono un peso, non sono “come noi che lavoriamo”, spesso è rafforzata dalle caratteristiche proprie e nostrane dell’accoglienza “straordinaria” che mettiamo in campo come Paese. Un’accoglienza sovente imposta alle comunità locali dalle Prefetture, concentrata in numeri troppo alti, con tempi di analisi delle domande d’asilo troppo lunghi e mille difficoltà burocratiche per coinvolgere gli ospiti in attività socialmente utili; si produce così un mix esplosivo che si traduce, agli occhi dei cittadini, in gruppi ciondolanti per le nostre città, senza arte né parte, con il solo obiettivo di tirare sera. Chi non conosce i complicati e un po’ barocchi meccanismi che danno vita all’accoglienza, tende così a giudicare i richiedenti asilo, a bollarli con l’etichetta dei fannulloni, dei mangia pane a tradimento. Eppure, gli stessi richiedenti, in Svezia o in Germania, darebbero di sé stessi un’immagine completamente diversa; proprio grazie ad accoglienze concordate con le comunità locali su scala più ridotta, con tempi rapidi per la decisione di concedere la protezione internazionale e con l’attivazione di strumenti concreti per promuovere integrazione lavorativa e sociale.

Mettere mano alle regole e ai meccanismi dell’accoglienza dei profughi e dei rifugiati non è dunque un compito “tecnico” per addetti ai lavori; sarebbe invece un dovere preciso di una Repubblica che intende promuovere concretamente una cultura del rispetto.

Ben inteso, i razzisti rimarranno in circolazione, così come persone del genere vivono anche nei Paesi del nord Europa; ma almeno ridurremmo quell’area grigia di chi è anche disponibile ad appoggiare un’accoglienza per ragioni umanitarie, a patto che sia sostenibile e che dia vita a una integrazione che parta dalla condivisione di uguali diritti e uguali doveri.

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