giovedì 17 novembre 2016

In letargo


La mia guida sta brancolando nel buio più pesto. Non è per niente rassicurante. Nessuna luce, niente punti di riferimento,  i cellulari abbandonati poco prudentemente nelle borse.
Pochi passi strascicati e poi il rumore attutito dell’impatto del piede con i gradini. “Ah, ecco, ci siamo”. Per mia fortuna sono solo cinque, poi il battente si apre in una luce soffusa, assai più confortante. In un amen, è il caso di dirlo, siamo passati dal piccolo e malconcio appartamento del piano terra a una sagrestia antica, ammobiliata come dio comanda, con gli armadi in noce fino al soffitto. Nell’aria c’è come una strana sospensione, rafforzata dall’antica insegna che campeggia sulla porta: “Silentium”. Sembra di avvertire le risatine sommesse di schiere di chierichetti che qui si sono cambiati d’abito, sotto l’occhio vigile di quell’imperativo, e dei preti di turno. Nella lunga navata le sedie sono in un ordine silente e tranquillo, quello naturale delle cose. Tutto è al proprio posto, ma senza vita.

E infatti, mi spiega la mia paziente guida, questa antica chiesa viene aperta e riattivata solo due volte, in occasione di ricorrenze particolari; per il resto dell’anno funziona la non lontana chiesa in cemento e vetro, firmata da un architetto di grido.

Questo silenzio fa il paio con quello avvertito nell’appartamento di sotto, abbandonato ormai da parecchi anni al suo destino: muri assaliti dall’umidità, odore di chiuso, gli interruttori in ceramica che risultano quasi commoventi nella loro compostezza così vintage. Capita spesso, quando si è alla ricerca di immobili per l’ospitalità diffusa dei profughi, di imbattersi in questi ambienti diventati non-luoghi, angoli nascosti al passaggio dei più. Aspettano un nuovo inizio, una nuova vita.

Perché si coglie nell’aria la fine di una storia, anche importante e significativa, e si può quasi toccare con mano un’attesa di cambiamento, di novità, di nuova primavera.
In una parola, è come se gli ambienti fossero in letargo.

Ho avuto la stessa percezione visionando la casa di due anziani scomparsi ormai da qualche tempo. Il figlio, dopo anni d’incertezza sul che fare, ha infine deciso di chiamare la Caritas per mettere a disposizione gratuitamente l’appartamento. La visita guidata si è rivelata una specie di pellegrinaggio tra i ricordi del figlio e gli oggetti e gli ambienti lasciati dai genitori: il salotto buono, le stoviglie ancora composte negli armadietti della cucina, il letto fatto, il calendario del 2011 che invano reclamava di essere sostituito. Anche qui lo stesso silenzio, lo stesso senso di fine e di attesa.
Si sostiene da più parti che la nostra civiltà occidentale sia in piena decadenza, avviata sul viale del tramonto: l’invecchiamento della popolazione, il crollo della natalità, la paura del futuro. Tutto appare ancora più lampante se si confronta questo nostro stile di vita e questa condizione con la vitalità e la composizione demografica dei Paesi dai quali arrivano a migliaia i profughi.  Prendiamo ad esempio la Nigeria, dove quasi la metà della popolazione ha meno di 14 anni di età.

Ecco, non so se l’appartamento dei due signori o quello sotto la chiesa finiranno per accogliere giovani che scappano dall’Africa. Sicuramente simboleggiano bene la nostra storia al capolinea.
Sospetto però che quelle stesse case, se potessero sfuggire al loro silenzio, si dichiarerebbero contente di uscire dal letargo, per aprirsi a una nuova vocazione, a una vita rinnovata.

Evadere dall’immobilità per vivere una inedita stagione. Una nuova vitalità.
Ancora utili all’umanità.

2 commenti:

  1. Veramente un'altra occhiata "di lato" magistrale e illuminante (nonostante la penombra... e in attesa che le finestre si riaprano e si riempiano di risate)

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  2. Ce ne fossero di case " chiuse" che hanno il coraggio di aprirsi ...Saremmo certamente molto più felici , perchè avremmo dato un senso ai nostri vuoti.

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