1 marzo 2016

Movimento lento

In queste settimane sto girando parecchio, per chiese e parrocchie lombarde. Sto infatti collaborando all’organizzazione dell’accoglienza diffusa per i profughi. Un’esperienza interessante che mi dà modo d’incontrare persone e realtà positive: a mio parere una delle facce migliori della Chiesa italiana. Sacerdoti, volontari della Caritas, gruppi, famiglie singole che si stanno organizzando per realizzare un’accoglienza motivata e intelligente.
Si tratta di un movimento che si è attivato sull’onda dell’appello del Papa e poi dell’episcopato locale; un cammino abbastanza lento, almeno all’inizio, quando è sembrato concreto il rischio che gli inviti “dall’alto” andassero disertati. Poi, invece, si è preso un buon ritmo e la disponibilità a mettere a disposizione appartamenti e case è cresciuta in maniera sensibile e significativa. Il passo rimane abbastanza rallentato, ma non sorprende che sia così; non è facile né immediato passare da una disponibilità generica a un intervento organizzato ed efficace: bisogna trovare case adeguate, recuperare le certificazioni degli impianti, operare piccole ristrutturazioni, chiedere gli opportuni permessi e via di questo passo. C’è poi l’impegno forse più importante, che è quello di coinvolgere la comunità locale nel suo complesso, motivando le scelte, costruendo un minimo consenso tra i parrocchiani, recuperando disponibilità a dedicare qualche ora gratuita per accompagnare e sostenere i futuri ospiti.

Naturalmente i contesti locali sono i più vari: parrocchie che si buttano a pesce in questa avventura e altre che fanno orecchie da mercante, antiche comunità ricche di alloggi sfitti ma vetusti e cadenti oppure parrocchie di più recente fondazione con buona volontà ma senza proprietà immobiliari. Il “microclima” ambientale è quello che influenza e determina il processo; e l’ambiente, come spesso accade, è determinato dalle persone che lo abitano e lo animano.
Il microclima che ho respirato qui, in questa parrocchia della provincia milanese, mi è piaciuto in modo particolare.  Ho appena finito di parlare con don Simone, giovane prete, motivatissimo e attivissimo; abbiamo visionato l’appartamento che la parrocchia mette a disposizione dell’accoglienza diffusa: un piccolo bilocale proprio sul pianerottolo accanto alla sua abitazione. Ho parlato a lungo anche con le attempate volontarie della Caritas locale, che mi hanno mostrato con entusiasmo il loro centro d’ascolto; tra una stanza e l’altra c’è stato il tempo di raccontare delle gioie e delle fatiche di dedicarsi all’assistenza in questa piccola comunità non proprio aperta all’integrazione dello straniero e, in generale, di chi è forestiero.

Già la scorsa estate, infatti, in paese si era diffuso il panico per una voce circolante, secondo la quale all’oratorio avrebbero preso posto una cinquantina di giovani africani. Centinai di contatti al sito parrocchiale, ronde improvvisate a presidiare il vecchio stabile nel centro del paese, fino agli articoli sui giornali locali.
C’era chi giurava di aver visto i “neri” scendere dal pullman in una via periferica dell’abitato, per non dare nell’occhio.
Don Simone racconta gli episodi estivi con tagliente ironia, ma anche con una nota amara che non cerca di nascondere. Le volontarie invece mi consegnano soprattutto un vissuto di isolamento che non le aiuta a vincere la piccola sfida nella quale si sono imbarcate: vorrebbero più sostegno da chi organizza l’accoglienza “ai piani alti”, desidererebbero qualche strumento concreto in più per affrontare le povertà vecchie e nuove che anche qui mettono radici, vorrebbero disporre di più risorse e argomenti concreti per ribattere ai tanti  che le accusano di darsi da fare solo per gli extracomunitari, trascurando i bisogni nostrani.

Riparto con qualche spunto di riflessione, ma anche con la sensazione di un movimento collettivo davvero positivo.
Come una conferma del vecchio adagio: chi va piano, va sano e va lontano.

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