martedì 15 settembre 2015

Per chi suona la campanella

Il suono della campanella ci sorprende qui, nel seminterrato, dove pranzavano gli studenti liceali. Ora non c’è più niente: via i tavoli e le sedie, sparito ogni altro segno della presenza di un istituto superiore. Rimangono i muri, con le tracce delle attività didattiche impressi dalla polvere, i graffiti sulle porte dei bagni e qualche scartoffia parcheggiata in bidelleria. Gli immobili così, rimasti nudi e crudi, hanno quasi sempre qualcosa di magico e triste. Ed è proprio la campana a sigillare quest’atmosfera surreale con la sua ottusa allegria, come se fosse ancora urgente separare l’ora di latino da quella di matematica.
E invece questo ex istituto, a suo tempo intelligentemente convertito a scuola superiore, da un anno è disabitato; una delle tante strutture di proprietà delle congregazioni religiose in cerca di una nuova destinazione. Siamo qui, insieme  alla proprietà, per valutare l’utilizzo di una parte dell’edificio per l’accoglienza di rifugiati e richiedenti asilo, in missione per conto della Prefettura. Si tratta di ipotizzare le nuove funzioni degli ambienti, di stimare i costi per il ripristino degli impianti, ma anche di valutare il contesto sociale e urbanistico nel quale si andrebbe a impiantare questo ennesimo servizio di emergenza. Perché è di emergenza che si continua a parlare, come emergenziali rimangono le condizioni in cui finiscono per lavorare gli operatori sociali.
In questa calma penombra, a dire il vero, si attutisce il rumore delle cronache e delle polemiche di queste settimane attorno alle vicende dei profughi e dei rifugiati, dai Balcani al mediterraneo. E’ vero: si è levato un vento impetuoso che ha portato finalmente qualche nota di speranza, a partire dalla svolta tedesca e dagli sforzi della UE di cambiare rotta. Forse potremo dire addio al Regolamento di Dublino con le sue storture e rigidità. Dovremmo essere contenti. E lo siamo.
Ma la bufera mediatica ha fatto prevalere il piano puramente ideologico - essere pro o contro l’accoglienza - di per sé insufficiente e pericolosamente inclinato. Insomma, è davvero confortante avvertire che la solidarietà e la prossimità riprendono fiato, rappresentati finalmente con chiarezza da alcuni governi europei e condivisi da porzioni consistenti e non silenti della società civile; eppure, senti che diventa determinante mettere finalmente mano alla qualità della nostra accoglienza nei confronti di profughi e rifugiati. Al di là dei valori astratti, c’è da mettere mano alla realtà.
Il nostro Paese, si sa, è da tempo al centro delle rotte dei migranti di ogni tipo, in particolare di uomini e donne in fuga dai disastri mediorientali e nordafricani. Ma questo tempo ormai lungo non ha ancora fatto maturare un’accoglienza con un senso e un orizzonte definiti: i tempi di risposta alle domande di asilo rimangono troppo lunghi, i posti del Servizio di protezione “ordinario”(lo SPRAR) sono ancora insufficienti e assolutamente indeterminata la politica nei confronti di coloro che non avrebbero diritto a una protezione. Il modello per l’accoglienza dei profughi, fuori dai meccanismi dello Sprar, rimane ancora marchiato dall’assistenzialismo e dal pressapochismo, elementi che alla fine – lasciando migliaia di persone accolte nell’inedia e nell’incertezza – gioca a favore di chi si schiera, ideologicamente, contro l’accoglienza.
Il giro della scuola finisce e usciamo nell’abbaglio del cortile vuoto. Tendiamo le orecchie, per sentire se suona anche la campanella di una nuova fase, non più emergenziale, della nostra accoglienza.

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