17 luglio 2015

Il caso e la necessità


L
e strade che conducono a una data collocazione professionale sono spesso misteriose; non sempre, infatti, si tratta di una scelta ponderata e consapevole. Come per tutti i “mestieri”, anche nel sociale talvolta vale più l’incontro al momento giusto, la casualità, la scommessa un po’ alla cieca. Mi piace molto chiedere ai nuovi operatori di descrivere sommariamente l’itinerario, personale e originale, che li ha condotti proprio a quel particolare servizio o a quel determinato ruolo professionale.  Una buona fetta di operatori ti confessa che non avrebbe mai immaginato di lavorare, per esempio, nel campo della salute mentale, o con le persone disabili.
Prendi Gerardo. Attualmente fa il custode in una struttura d’accoglienza per rifugiati e richiedenti asilo, ma fino a un paio d’anni fa si occupava di tutt’altro. Una vita qualunque, con un lavoro come tanti. A un certo punto però il lavoro lo perde e prende l’occasione per verificare se è proprio vero quello che parecchi suoi amici e conoscenti gli avevano detto nel corso degli anni, e cioè che fare del volontariato facesse star bene. “Sai come succede, no? Fin che non appendi la sigaretta al chiodo non puoi sapere se hanno davvero ragione quelli che ti dicono che smettere di fumare fa stare meglio”. Decide allora che quella è la volta buona; mentre si mette alla ricerca di un nuovo posto di lavoro, si guarda attorno per capire se può investire il tempo libero in qualcosa di utile. E’ così che arriva a fare volontariato in un progetto che sostiene e assiste gli anziani soli della sua città nei mesi estivi: distribuzione dei pasti, compagnia, accompagnamento, spesa. Conosce molte persone anziane e si immedesima nei loro problemi; si trova anche ad affrontare situazioni spinose e complicate, come quella volta che la signora del quarto piano, depressa e sola, gli dice che intende buttarsi dal balcone appena lui se ne sarà andato da lì. Nel corso dell’estate percepisce che la sua autostima sta crescendo, che il suo umore – non proprio solare, fino ad allora – migliora decisamente; riscontra ogni giorno di saperci fare e i feedback che vengono dai destinatari, ma anche dalla cooperativa che gestisce il servizio, sono positivi. Insomma, gli si spalancano due mondi di cui prima aveva solo vaghe percezioni: quello interiore delle relazioni umane e quello del terzo settore e dell’impegno sociale.

Finché, un giorno, gli propongono di lavorare come custode nella struttura d’accoglienza per i profughi che sta aprendo non lontano dalla sua città.  Inserito in una equipe di educatori, e assistenti sociali, da dieci mesi sta vivendo questa nuova avventura: chi l’avrebbe mai detto?
E’ bello sentirlo parlare del suo nuovo lavoro, perché lo fa senza le sovrastrutture e i pudori che spesso caratterizzano i professionisti del sociale. Confessa con candore i pregiudizi che aveva nei confronti dei migranti, ma ti dice senza troppi giri di parole quello che non va nel rapporto con gli ospiti, nelle pretese e negli atteggiamenti che riscontra ogni giorno. Perché troppo pochi sono, dal suo punto di vista, gli ospiti che intendono davvero costruirsi un percorso d’integrazione nel nostro Paese.
Non è facile fare il custode notturno di una qualsiasi struttura d’accoglienza, c’è un ruolo particolare da esercitare, tra osservanza delle regole e relazione con gli ospiti e c’è da vigilare sulla vita notturna, raccordandosi con stili di lavoro e dinamiche che gli educatori agiscono di giorno. Ed é ancora meno facile, con l’aria che tira in questo periodo, interpretare il ruolo in una casa d’accoglienza per rifugiati. Mentre racconta, mi pare proprio di vederlo: al bar di fronte alla struttura, al mattino, circondato dagli altri avventori, che cerca di convincere che “la situazione non è per niente come quella che dipingono in tv” e certe notti, davanti a un pc aperto con la cartina dell’Africa, a farsi raccontare dai giovani maliani le loro avventure, gli usi e i costumi del loro Paese.

 “Delle mattine esco dal centro con la voglia di smettere e delle altre non vedo l’ora di tornare al lavoro”.  
Certe volte i percorsi, professionali e umani, sono proprio strani. Tra caso e necessità.


La fotografia è di Angelo Rossi.

1 commento:

  1. si tra caso e necessità..vale anche per me,mi trovai molti anni fa ad aver bisogno di lavorare ed iniziai nel mondo del servizio alla terza età cd anziani,poi arrivò una stabilizzazione con la finanziaria del 2007 ed accettai per avere garantito un minimo salario a fine mese,avevo la preparazione professionale necessaria ed anche di più,ma non è un lavoro che ho scelto,la necessità mi ha portato in quest'area di servizi sociali e nonostante tutto ho sempre svolto il mio lavoro con rispetto e dignità e soprattutto con professionalità.volevo fare altro nella vita,decisamente.
    negli anni ho visto gente lavorare con squallore in questi servizi,istituzioni comprese,uno squallore che io ho sempre ricondotto alla cultura indipendentemente dalla qualifica professionale,una cultura dell'arroganza,della prepotenza,della violenza sociale.io ho incompatibilità con tutto questo,la mia cultura mi porta a rifiutare questi comportamenti,a denunciarli,ad allontanarmi da essi,a mantenere le distanze necessarie da queste 'barbare persone' che si spacciano per professionisti del sociale.per quello che era di mia competenza ho sempre fatto le segnalazioni necessarie e mi hanno puntualmente isolato e intimidito per farmi tacere,la cultura dell'abuso verso chi è considerato 'di serie b'.
    mi ritrovo in malattia da mesi per le pressioni che mi hanno fatto per le mie segnalazioni di abusi.

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