7 maggio 2015

Expo e libertà

Puoi pensarla come vuoi, sull’Expo; ma alla fine la parola “libertà” torna sempre. Libertà di muoversi o libertà di fare affari; viaggio, incontro, scambio, reciprocità, economia. Tutto, tranne che star fermi. E infatti, vista da qui vicino, l’esposizione universale che fa le sue prove di apertura appare un grande lunapark, progettato apposta per attirare i nostri sguardi, e i nostri passi; le luci dell’Albero della vita che ci ammiccano ipnotiche, prima azzurrine e poi rosso fuoco, fanno tanto natale, quasi cineseria.
Ma la destinazione di oggi non è l’Expo; ci aspetta squadrata e grigia, proprio alle nostre spalle: il carcere di Bollate. Basta voltarsi, lasciare il parcheggio e imboccare la portineria per intraprendere il classico percorso dell’accesso a un penitenziario: documenti, pass, attesa, polizia penitenziaria, attesa, cancelli da oltrepassare in sequenza, corridoi e ancora attesa. Un carcere rimane un carcere, anche se si pone all’avanguardia come quello di Bollate; ma dopo essere rimasti spettatori incantati delle luci e del movimento dell’Expo, le mura di cemento, le torrette e le sbarre fanno ancora più effetto. Chissà che ne pensano, qui dentro, della grande fiera che lambisce il perimetro. Chissà com’è vederla dalle celle, da lassù al terzo piano: ci si può sentire meno soli, col mondo che gira attorno? O, al contrario, più esasperati da tale sfoggio di vitalità, senza potervi partecipare direttamente? Domande che rimangono sospese, mentre ci avviamo in gruppo verso il teatro del carcere.

Il teatro occupa una porzione dei grandi capannoni che ospitano le attività produttive e creative a cui si dedicano i reclusi: dalla comunicazione  alla falegnameria, dall’orto alla panetteria. Occasioni di socialità e crescita professionale, per non uscire come si è entrati. Tra queste attività c’è, appunto, la recitazione.

Assistiamo a due spettacoli in sequenza, anch’essi sono l’uno il contrario dell’altro, speculari. Il Teatro periferico mette in scena “Mombello”, spettacolo-performance sul manicomio che fino alla svolta basagliana ha ospitato, alle porte di Milano, fino a 3.500 pazienti psichiatrici. E’ un pugno nello stomaco, soprattutto per chi non ha idea di cosa fossero gli ospedali psichiatrici fino agli anni ottanta in Italia: gli attori mettono in scena la vita quotidiana nella struttura, con le sue relazioni malate, le crisi, soprattutto il suo dolore. Il pubblico, poche decine di persone, viene disposto su due file a meno di tre metri dal letto di contenzione al centro della scena e così viene immerso nel senso di costrizione e segregazione vissuto da quelle anime perdute.

Poi, dopo una gradita light dinner, il secondo spettacolo - “Che ne resta di noi?” - questa volta messo in scena dai detenuti e dalla cooperativa Estia. Anche qui, come poco fa fuori dal carcere, siamo chiamati a voltarci: letteralmente giriamo le nostre sedie e ci troviamo di fronte a una nave, nella pancia della quale - a vista - si inerpica una scalinata che ascende fino al pennone di prua. Si tratta di Teatro-danza, senza parole, imperniato su sei figure umane in perenne movimento su quella scalinata. Nel corso delle scene vengono rappresentati gli ingredienti fondamentali dell’esperienza umana: le relazioni, il potere, la sessualità, la solitudine, l’attaccamento agli oggetti e alle abitudini di una vita. Una marea continua che sale e scende, e che alla fine pone al pubblico una domanda scomoda: “Che ne resta di noi che li osserviamo, quando si dissolve la presunzione di essere diversi da loro, migliori?”. Uno spettacolo vitale, dinamico, in grado di evocare, da solo, tutta la sete di libertà che si può accumulare stando dietro le sbarre.

Strana serata quella di oggi; posti per due volte davanti alle stesse realtà: libertà e costrizione. Umanità e repressione.

Riprendiamo a ritroso il nostro cammino per i corridoi, lungo i quali ciascun orologio, indifferente, segna un’ora diversa. Usciamo e ci riaccolgono le luci furbe di Expo. Libertà.

1 commento:

  1. il carcere è sempre un carcere soprattutto per coloro che lo hanno vissuto ingiustamente,auguro una vita lunga e serena a coloro che sono finiti li dentro per un enorme sbaglio

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