18 febbraio 2015

A volte basta un party

Il foglio mi sorride lieto dalla bacheca dell’ufficio. Sotto le dieci righe di una mail, infatti, si trova un emoticon molto contento, tracciato a penna: due punti in grassetto al posto degli occhi e una grande bocca che guarda allinsù. In questi tempi un po’ rugginosi non è proprio così diffuso che un operatore dei servizi sociali esponga sulla sua bacheca di sughero un’emozione positiva. Il richiamo è troppo forte e non resisto.
Leggo la mail: “Buongiorno. Con questa mail vorrei semplicemente ringraziarla per l’incoraggiamento che mi ha dato: non sarei mai venuta ieri con Alberto se lei non mi avesse dato una spinta. Siamo stati veramente bene e non ho parole per esprimere la mia gioia: sono stata in grado per la prima volta dopo tanti anni di stare con mio figlio senza doverlo soltanto contenere, ma al contrario divertendomi con lui. Ieri mi sono commossa nel vedere Alberto a suo agio insieme a ragazzi come lui. Il passo successivo ed ideale sarebbe conoscere le famiglie di questi ragazzi speciali. Insomma, mi sono sentita sicura e così mi sono anche rilassata. Le sarei grata se mi tenesse informata di iniziative analoghe. Grazie ancora. A presto.”
Davvero un bel messaggio, di quelli che ti aggiustano la giornata e non solo quella: parole dirette e consapevoli, senza sbrodolate. Capisco al volo che a scriverla è stata una mamma di un “ragazzo” con disabilità, qualche mese indietro; perché l’evento di cui si parla è “Party senza barriere”, un progetto - ideato  dall’azienda speciale dei Comuni - per promuovere il tempo libero delle persone con le più diverse disabilità, da quelle fisiche a quelle mentali.
Un’idea semplice, nata da una constatazione altrettante facile: nella generalità dei casi i servizi dedicati ai disabili fanno un ottimo lavoro, ma hanno orari contenuti, che lasciano per così dire scoperta una fetta significativa della settimana. Il tempo libero, appunto, che però rischia di rimanere vuoto perché affidato alle famiglie che spesso fanno fatica, se lasciate sole, ad attivarsi. Ecco allora la catena di iniziative che cominciano a “colorare” il tempo dei ragazzi: sport, musica, concerti, partite allo stadio, incontri con i campioni dello sport, visite alle mostre. Un’attività sociale e culturale che lentamente si è allargata fino a costituire un centro gravitazionale partecipato da diciannove tra cooperative e associazioni. Il culmine di tutto questo movimento è, appunto, la festa di fine settembre, il vero e proprio party senza barriere; un fine settimana dedicato allo sport e a numerose attività: laboratori creativi, yoga della risata, teatro.

Di quelle giornate mi è rimasta impressa la messa, celebrata sotto gli alberi del parco; ero lì con mio figlio e non è stato possibile non tenere d’occhio le tante coppie di genitori e figli disabili presenti. Era evidente il gran daffare soprattutto dei padri, per la gran parte attempati, nello “star dietro” a figli un po’ irrequieti e sempre bisognosi di qualcosa. Cercare di mantenere un clima da celebrazione, nelle panche in fondo, ha dato vita a una micro battaglia sotto voce e sotto traccia: sposta la sedia, vai in bagno, spegni una risata troppo forte, cerca di capire cosa c’è, separa i due amiconi e via di questo passo.

Solo dopo, al liberi tutti, i padri hanno potuto cominciare – visibilmente - a respirare.
Siamo stati veramente bene e non ho parole per esprimere la mia gioia: sono stata in grado per la prima volta dopo tanti anni di stare con mio figlio senza doverlo soltanto contenere, ma al contrario divertendomi con lui.


A volte basta un party.

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