15 dicembre 2014

Lo schiaffo di don Milani

Ci sono giorni – ma anche settimane - sopra cui veleggi placido, trascinato dalla corrente. Abitudine, mestiere, superficie. Poi un incontro, il passo di un libro e senti improvvisamente che la cima si tende, la corrente accelera. Sei trascinato in profondità, e ti vergogni un po’ del pilota automatico che ti aveva condotto fino a poco prima. E’ successo così anche per l’incontro con Piergiorgio Reggio, che è venuto a presentare ai volontari dei doposcuola il suo ultimo libro: “Lo schiaffo di don Milani”.
 Abbiamo ripercorso insieme la vicenda del prete di Barbiana e siamo stati guidati a riconsiderare più da vicino le radici di tante nostre esperienze sociali. Ma abbiamo dissotterrato  anche le nostre di radici, quella chiamata a distanza, nel tempo e nello spazio, che molti di noi hanno sentito da parte di don Lorenzo; allora si è fatta avanti una domanda quasi inevitabile: che cosa è rimasto degli insegnamenti di Barbiana dentro e attorno a noi? Anche i nostri servizi hanno attivato il loro pilota automatico?
Quel che è certo è che il mondo che circondava la scuola di don Milani è scomparso quasi del tutto: le ideologie contrapposte, la Chiesa pre-conciliare, i partiti di massa, il sindacato come strumento di emancipazione e non come difesa corporativa, il contesto operaio e contadino degli anni sessanta. Stravolti la scuola, il mondo del lavoro, le forme della cittadinanza.
Ma allora, è ancora attuale quello “schiaffo”? Ha ancora senso richiamarsi a quell’esperienza così lontana? Sì, ci dice Piergiorgio Reggio, se consideriamo quello di Barbiana un mito: “Il mito di Barbiana ci riporta alle origini dell’atto di educare, racconta della creazione di un modo diverso, alternativo di fare scuola, di imparare e di insegnare. In esso è contenuta l’idea che il sapere può servire non solo per avere successo individuale a discapito degli altri, ma per contribuire a fare il mondo meno ingiusto di come è. Come ogni mito, anche quello di Barbiana possiede un fulcro; in questo caso, il fulcro è la conversione radicale dell’educazione da strumento per discriminare, per assegnare le persone a ruoli sociali predefiniti, per selezionare, a fattore di sviluppo dell’autonomia personale, della promozione sociale e della costruzione di una società più giusta”.
Il nesso tra educazione e giustizia, dunque,  è ciò che fa della figura di don Milani un punto di riferimento. Proprio da qui nascono gli interrogativi che ancora oggi possono svegliare i nostri servizi e i nostri progetti dal torpore in cui spesso cadono. Quanto consapevolmente sono orientati a ridurre le ineguaglianze e quanto invece a riprodurre percorsi di conformità? Sono attraversati dall’intenzione di far crescere coscienze critiche? Promuovono scrittura e conoscenza collettiva o sono diventati incubatori di imprese individuali?  Riescono a problematizzare, nel senso di porre problemi a coloro che incontrano? Sanno essere politiche, sanno cioè trasformare le contraddizioni della vita quotidiana, le ingiustizie e le discriminazioni da problemi individuali a questioni sociali e pubbliche?
Schiaffi, almeno secondo il mio modo di vedere; e qualche volta pugni nello stomaco delle nostre imprese sociali strutturate e standardizzate.

Ma vale anche per noi la raccomandazione che don Lorenzo fece ai suoi ragazzi: “Fate scuola, fate scuola. Ma non come me, fatela come vi richiederanno le circostanze. Guai se vi diranno: il priore avrebbe fatto in un altro modo. Non date retta, fateli star zitti, voi dovrete agire come vi suggerirà l’ambiente e l’epoca in cui vivrete. Essere fedeli a un morto è la peggiore infedeltà”.

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