lunedì 27 ottobre 2014

Pasta e fagioli, tra sogno e realtà

Meno male che non è un sogno, perché altrimenti la Smorfia napoletana non ci lascerebbe scampo. Il codice partenopeo, come si sa, attribuisce un numero e un significato preciso a ogni dettaglio che riusciamo a ricordare dopo la sveglia. E allora: fagioli (numero 7) vuol dire “pettegolezzo spiacevole”; mangiar fagioli (numero 2), “dispute e disaccordi”; consumare un pasto in compagnia (numero 80), “liti con i vicini”. Che cosa direbbe la Smorfia di questa pasta e fagioli mangiata assieme ad altre 250 persone? Cosa ci aspetterebbe il giorno dopo?

E invece eccoci qui, in attesa di entrare nella mensa che una volta era “dei poveri”. Molti di loro vivono in alloggi di fortuna, nelle stazioni o nelle sale d’aspetto degli ospedali, in macchine improbabili o in qualche baracca improvvisata, in un ritaglio di città. Ogni mezzogiorno che il cielo manda in terra si ritrova qui una settantina di loro, provenienti da diversi continenti, ma anche dalle milanesissime cittadine circonvicine. Quello che li accomuna di più, naturalmente, è l’aver attraversato molte complicate disavventure. Qui invece trovano un pasto caldo, volontari in grado di accoglierli e ascoltarli, degli operatori professionali per la ricerca di ulteriori risposte in grado di ridare dignità e speranza di ripartire. A rinforzare la mensa – che in inverno funziona anche per cena – il servizio docce, l’ambulatorio medico, il rifugio invernale per la notte.
Un bel sistema di solidarietà messo in piedi e fatto funzionare ormai da molti anni, grazie a una sinergia strettissima tra pubblico e privato: Caritas, Chiese locali, Amministrazione comunale, cooperazione sociale.
Una volta l’anno questo “sistema” mobilita i suoi legami di comunità e lancia l’appello a una “pasta e fagioli” solidale, con l’obiettivo di finanziare, appunto, la cena serale che da novembre a marzo viene offerta gratuitamente come ulteriore appuntamento per riscaldarsi, ritemprarsi e stare un po’ in compagnia. E ogni anno sono davvero tanti a rispondere a questo invito a cena, proprio nello stesso luogo in cui i “poveri” mangiano ogni giorno.
Ma attenzione, guardandovi attorno non troverete signore ingioiellate o cravatte d’ordinanza, come invece spesso accade alle tante “cene di beneficienza”; nessuna dama di carità, niente pose paternalistiche. E nessun tavolo dei benefattori o distribuzione dei posti secondo prodigalità. Qui trovi solo popolo, o forse quello che ne rimane. Ordinary people, con appartenenze, culture e orientamenti diversi, ma tutti all’insegna della sobrietà. Chi conosce un po’ la città può riconoscere, insieme, la suora nero velata e gli antagonisti di sinistra, l’assessore e chi non azzardatevi a parlarmi di politica, semplici parrocchiani e Mato grosso, scout, gruppi di acquisto solidale. Chi più ne ha, più ne metta. Ma c’è anche  gente che non riesci ad etichettare, perché fuori dai classici giri.
Pasta e fagioli, offerta minima dieci euro.
Ogni anno ci vengo volentieri. Perché mi viene data l’occasione di dare una mano concreta al progetto, ma soprattutto per respirare questa atmosfera così semplice e in fondo rara, nella sua trasversalità. E poi poche parole, giusto per dare qualche dato di contesto, senza la retorica di tante occasioni come queste.
Coesione sociale allo stato puro, anche se solo per un paio d’ore, in una sera come tante. Tutto il contrario, insomma, del pettegolezzo spiacevole e delle dispute tra vicini.

Pasta (numero 31), “sollievo ai tuoi mali”. 

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