11 settembre 2014

Se apri l'armadio, nasce una nuova comunità

Eccolo lì, silenzioso e immobile, con la bocca spalancata, che ci aspetta. Chissà quante volte ci siamo passati davanti senza notarlo più di tanto; da almeno quindici anni, infatti, fa parte dell’arredo urbano del milanese, e non solo. Qualche anno fa -  quando ancora non era progettato a regola d’arte e certificato - è arrivato suo malgrado alla ribalta delle cronache nazionali, perché alcuni bimbi rom c’erano rimasti incastrati. Ma ora non ne parla più nessuno, com'è giusto che sia: le buone notizie, quasi sempre, non sono notizie.
Eppure, se si avesse la voglia di guardarlo con attenzione e di compulsare sul nostro cellulare so-tutto-io, si potrebbe facilmente scoprire che dietro quel cassonetto giallo marchiato Caritas, Rete Riuse e Dona valore, c’è un mondo che vale la pena di conoscere e far conoscere, un lungo circolo virtuoso, una specie di quadratura del cerchio.

Qualche settimana fa mi è capitato di fare il percorso a ritroso, contromano, per così dire: dalla fine al suo principio. Nello stesso giorno, infatti, ho partecipato all'inaugurazione di due strutture sociali molto diverse tra di loro, insediate su territori non propriamente vicini. Da un lato una comunità che ospita persone con problemi di salute mentale: una struttura ad alta protezione progettata e realizzata ad hoc per accogliere venti persone, provenienti dal territorio o dagli ospedali psichiatrici giudiziari, che hanno bisogno di cure assidue e di una custodia molto attenta. Dall’altro un centro d’accoglienza e protezione per cento famiglie che sono fuggite dalla guerra in Siria e che sono alla ricerca di una nuova vita e di rinnovate opportunità. Bisogni molto diversi, come si può vedere, iniziative che hanno caratteristiche, obiettivi e metodi assai differenti. Eppure, tra i tanti fili rossi, ce n’era uno particolare: entrambi gli start up sono stati sostenuti attraverso gli utili ricavati dalla raccolta degli indumenti usati, quelli che molti di noi, almeno una volta, hanno conferito proprio nei cassonetti gialli.
Un gesto ordinario, quasi banale – disfarsi di un indumento che non si usa più – diventa un modo diffuso e popolare per sostenere iniziative sociali a sostegno di coloro che fanno più fatica. L’azione di “gettare via” cambia verso, il vestito riacquista nuovo valore, nuova vita.
Il progetto “Dona valore”, riunendo e finalizzando tante piccole donazioni gratuite di abiti, mette in moto una filiera che produce valore sociale, ambientale ed economico. La raccolta, infatti, viene effettuata da cooperative sociali che danno così lavoro stabile a 43 persone svantaggiate; inoltre si abbatte il costo sociale dello smaltimento dei rifiuti che vengono sottratti alla discarica o all’inceneritore. Inoltre, grazie a contratti etici con partner certificati, si dà vita a una rete trasparente che crea ulteriori opportunità e lavoro: una parte delle 8.000 tonnellate di abiti raccolti – quella in buone condizioni - viene infatti distribuita gratuitamente dai centri d’ascolto Caritas alle persone più povere, mentre la rimanente viene trasformata in fibra - in Italia o all’estero - generando lavoro e valore economico. Tutto questo lungo percorso produce dei ricavi - che retribuiscono  il lavoro regolare delle cooperative sociali - e infine degli utili, che vengono destinati all’avvio di tanti progetti e iniziative sociali a favore di soggetti deboli o in difficoltà.

Un cerchio largo e virtuoso che prende vita aprendo l’armadio di casa e si completa inaugurando una comunità. Niente male.

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