martedì 30 settembre 2014

Quella voce dall'alto

Per i più, com'è naturale, è solo un suono di fondo; una voce che proviene da qualche parte, lassù, e che interpella chissà chi, nel dedalo delle corsie. Per me, invece, è quasi una gomitata; come uno che arriva correndo da dietro e ti oltrepassa urtandoti, maldestro e indifferente. La voce femminile è quella tipica degli altoparlanti nei luoghi pubblici, nasale e metallica: “Cooperativa richiesta all'ortofrutta”.  Quante volte ci è capitato di sentire questo tipo di annunci nei centri commerciali; e se, al contrario, non ne conserviamo ricordo, è proprio perché il nostro cervello l’ha archiviato come uno degli eventi della routine giornaliera. Cose che capitano e che non ci riguardano. Perché allora questo fastidio? Questa piccola ferita che brucia?
La cosa che noto subito, quando sento questi annunci, è il senso di anonimato. Cooperativa è in sé una categoria generale, un “nome comune di cosa”, non un nome proprio, non una realtà sociale e professionale specifica. Mentre la grande distribuzione ha un’etichetta precisa, un logo pensato, lavorato e  raffinato dalle strategie di marketing, la cooperativa che si convoca dagli altoparlanti non ha nome né cognome. E quando non si ha un nome, non si è nessuno. Appunto.
La chiamata che gracchia dall'alto, nella sua freddezza burocratica, mi fa pensare ai soldati di colore al servizio delle truppe coloniali in Africa: gli ascari. Gente poco qualificata, il cui compito è riparare velocemente qualche guaio e poi scomparire nell'ombra, personale secondario destinato a fare il lavoro sporco, ma senza alcuna qualifica né responsabilità. E così, se c’è da pulire o aggiustare qualche inconveniente all'ortofrutta, ecco che arriva “la cooperativa”.
E’ dentro questo anonimato che, alla fine, si può nascondere di tutto; la cooperazione diventa così un cono d’ombra nel quale il lavoro può essere precario, sottopagato e poco qualificato. Capita spesso, chiedendo a un giovane neodiplomato se abbia trovato lavoro, di sentirsi dire che “sì, però per ora solo in una cooperativa”. Serie cadetta, buona per passarci qualche mese, per poi cercare vie più qualificanti e gratificanti.
Ecco allora la tristezza; se pensiamo alle origini del movimento cooperativo, non possiamo che guardare con smarrimento a questo uso distorto. Una cooperativa è, nei fatti, un’impresa le cui radici stanno nel grande movimento che ha fatto del lavoro uno strumento attivo di emancipazione e sviluppo, elaborando un proprio originale percorso e contrastando nei fatti la logica dello sfruttamento, del massimo profitto, della negazione dei diritti dell’uomo e della donna. Una cooperativa dovrebbe essere una società senza padroni, nella quale ciascun lavoratore possiede la sua quota di capitale, condividendone i destini: partecipazione democratica, mutualità, socialità.
La cooperazione vera, quella alla luce del sole, dovrebbe riflettere questi valori, in fondo così utili per tentare di uscire dalla crisi in cui si sta dibattendo l’occidente. Ma come molte delle realtà sociali della modernità novecentesca, anche questa ha finito per perdere smalto, per trasformarsi addirittura nel suo contrario. Naturalmente non si può generalizzare, ma la sensazione è che non sarà facile tornare indietro.
Forse mantenere un senso di nostalgia, in attesa di capire come andare avanti, rappresenta  già un compito, una missione per l’oggi.

E allora la voce fredda e cantilenante che piove dall'alto può addirittura trasformarsi nel richiamo pressante a stare all'erta e a lavorare per una cooperazione degna di essere chiamata… per nome e cognome.

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