25 giugno 2013

"Non ce la faremo mai"

L’atrio è affollato all’inverosimile da donne e uomini che si accalcano alla reception per registrarsi; c’è una festa in Comune e, a giudicare dalla ressa, pare un appuntamento da non perdere. E’ proprio da lì che devo passare per uscire e quindi mi è necessario qualche secondo in più, prima di arrivare nel pieno sole pomeridiano. Abbiamo appena terminato il nostro incontro con l’assessore alle politiche sociali e ci lasciamo il municipio alle spalle, con qualche riflessione su cui meditare. Siamo andati, come capita sempre più frequentemente, non a chiedere finanziamenti ma a proporre opportunità di collaborazione e lavoro sociale.


In questo caso si tratta di costruire una partnership per un intervento a favore di stranieri rifugiati o richiedenti asilo. La formula è quella che ormai sta diventando, nel suo genere, classica: il terzo settore rintraccia sul suo radar il bando (sia esso ministeriale, europeo o di fondazione bancaria), mette a fuoco un’idea progettuale di massima, scalda i motori dei suoi progettisti e poi cerca una collaborazione con le amministrazioni locali del territorio. Si portano in dote gli ipotetici fondi, l’intuizione circa le risposte a bisogni e problemi incontrati, qualche idea sui ruoli e si cerca di costruire un assetto di collaborazione che vada a vantaggio di tutti: cittadini e famiglie (in questo caso si tratta di stranieri in fuga dal proprio Paese perché perseguitati o minacciati), cooperazione sociale, Comune. Negli incontri con gli amministratori locali ci si scambia ormai le stesse frasi, come parole d’ordine convenzionali per aprire il dialogo:
Amministratore: “siete i benvenuti, basta che non mi chiediate soldi”
Cooperatore: “grazie, portiamo risorse, non ne chiediamo”
Augh. Si può cominciare a parlare.

Naturalmente i Comuni continuano a erogare fondi, ma hanno esaurito da tempo la disponibilità finanziaria per promuovere nuovi interventi con soldi propri. Finora i più virtuosi hanno resistito e, nella migliore delle ipotesi, hanno arginato la frana dei servizi causata dal taglio delle risorse imposto dallo Stato centrale negli ultimi anni. E’ proprio di questo che si finisce inevitabilmente a parlare con l’assessore, perché la vita dell’amministratore locale è diventata davvero dura negli ultimi anni: schiacciato tra la logora immagine pubblica del politico e la carenza di strumenti per affrontare i problemi veri della gente, l’amministratore comunale serio e motivato non può che mangiarsi il fegato. Frustrazione e sconforto, quando va di lusso; rabbia, nei giorni più plumbei.

Nell’incontro che abbiamo appena concluso, l’assessore con cui abbiamo parlato ha aggiunto un elemento inedito nel nostro repertorio degli ostacoli da superare. Conosciamo bene, infatti, le resistenze e spesso l’impossibilità a mettere soldi a supporto delle nuove proposte che possono arrivare dal terzo settore e abbiamo sperimentato le resistenze degli assessori al bilancio a ogni aumento della spesa sociale. Ma questa volta ci viene raccontato che il nostro progetto troverà la resistenza dell’assessorato al bilancio anche se non chiediamo soldi, anche se – al contrario – potremmo offrire anche qualche fondo in più a disposizione dei servizi sociali del territorio. Ci viene spiegato che la resistenza nasce da una lungimiranza – che insieme definiamo perversa – dell’assessorato al bilancio che si oppone a qualsiasi nuova partnership, perfino a quelle a titolo gratuito, perché ritiene che i nuovi interventi susciteranno comunque aspettative e bisogni che poi – a progetto finito – continueranno a pesare sull’amministrazione locale. E questo a prescindere dalla fetta di popolazione coinvolta, straniera o meno che sia. In estrema sintesi: non portarmi nuove risorse, perché questo in futuro creerà comunque una domanda a cui non posso e dunque non intendo rispondere.

Abbiamo faticato un attimo a ricostruire il ragionamento, poi abbiamo concluso che questa logica – perversa, appunto – significherebbe la morte di ogni politica locale. Farebbe scendere un silenzio tombale sul senso e sul significato stesso di essere amministratori locali. Alla faccia della retorica dell’amministratore come imprenditore di rete. Le tre scimmiette – nonvedononsentononparlo – apparirebbero più vitali di una Giunta comunale, se questa logica arrivasse a prevalere.

Usciamo nel sole con un po’ di tristezza addosso, anche se possiamo ancora confidare sulla motivazione e la passione del nostro assessore alle politiche sociali. Ragioniamo però, più in generale, su come in questo rapido volgere di anni gli enti territoriali si stiano trasformando da fattori di sviluppo locale a statue di sale che guardano alle loro spalle.
Il destino tremendo della moglie di Lot.

Ah, per inciso, l’assessore al bilancio di cui trattasi non è di centro destra. E nemmeno di centro.

C’è un mio caro amico aclista torinese che, nei momenti topici, ripeteva sempre, come un mantra, “non ce la faremo mai”. Col tempo ho imparato che era un modo un po’ singolare per dire il contrario, per spronare i compagni di strada a non mollare.

Ecco, qualche volta penso che “non ce la faremo mai”.

2 commenti:

  1. Anonimo6/25/2013

    Davvero oggi possiamo/dobbiamo cogliere il momento sicuramente non favorevole in quanto a risorse e collaborazioni con gli enti locali. Proprio per questo affermare "non ce la faremo mai" è sinonimo del farsi e darci coraggio nel tentativo di aprire nuove strade e nuove forme di collaborazione al fine di attenuare le diverse forme di sofferenza e povertà spesso accomunate dai nemici per eccellenza di questo strano tempo:la solitudine e l'indifferenza.

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    1. aggiungo che una cultura arrogante prevale,la violenza nel parlare nei comportamenti sono aspetti che a volte portano le persone ad allontanarsi,manca il senso civico l'educazione civica nella maggioranza.
      sono molto realista e non pessimista, ho sempre pensato che se mancano i cd requisiti di base è tutta una lotta contro i mulini a vento,solo se gli scenari si modificano con maggioranza civile e degna di nota per la sensibilità e non per l'arroganza allora forse ...mi sembra che (2016)gli scenari sono ancora più violenti sterili

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