sabato 18 maggio 2013

Tra servizi e tutela


Non ho mai sentito il nome del paese: Maiolati Spontini. Immaginarsi la frazione di Moie. Ma non conoscevo, fino a qualche giorno fa, nemmeno il nome dell’associazione; uno come tanti, semplice, al limite dell’anonimato: Gruppo Solidarietà. Anche la storia dell’ente è la fotocopia di tante altre vicende d’impegno volontario nei confronti delle persone portatrici di disabilità. Il Gruppo, infatti, prende avvio nell'estate del 1979, quando una manciata di giovani Unitalsi della Vallesina, in provincia di Ancona, organizza una vacanza per alcuni disabili ricoverati in un grande  Istituto della Regione. L'incontro con situazioni di sofferenza e di emarginazione apre gli occhi su un mondo fino allora sconosciuto e porta il Gruppo (in embrione) ad intensificare i rapporti con le persone cui aveva offerto ospitalità in estate. Inizia un periodo coinvolgente ed intenso, che si concretizza con l'organizzazione di sempre più frequenti momenti di incontro: il tempo libero, i sabati, l’animazione, le feste. 

Col tempo vengono stretti anche i rapporti con le famiglie delle persone disabili del territorio; sono gli anni, è sempre opportuno ricordarlo, in cui i giovani con disabilità, finita la scuola dell’obbligo - se non erano collocati in un Istituto - restavano a casa senza un impegno o una prospettiva.

Il Gruppo comincia così ad occuparsi dei problemi delle famiglie e avvia i contatti con i Comuni del territorio per richiedere i primi interventi mirati.

Ma è nel 1987 il punto di svolta che differenzia il percorso del Gruppo Solidarietà da quello di tante altre realtà di volontariato; gli Enti locali territoriali, infatti, decidono di avviare un servizio di educativa domiciliare e il Gruppo si trova di fronte a un bivio che segnerà tutto il suo futuro: scegliere o meno di trasformarsi in una cooperativa sociale per gestire i servizi. Fabio Ragaini, attuale responsabile del Gruppo Solidarietà, sintetizza così - in una bella intervista di Cristiano Gori su Welfare Oggi - la risposta che i giovani decisero di darsi: “ci fu subito chiaro che non poteva essere quello il nostro ruolo. Eravamo dei volontari e tali dovevamo rimanere. Per noi era importante, nello stretto contatto con le situazioni, mettere all’attenzione delle Istituzioni le problematiche che incontravamo nei nostri rapporti con le famiglie e con le persone con disabilità”.

E allora il Gruppo decide di sviluppare la sua azione di rappresentanza, promozione e advocacy: monitoraggio continuo dei servizi e delle politiche territoriali, il Centro di documentazione, la rivista, studi e ricerche, seminari e convegni. Progressivamente Gruppo Solidarietà diventa interlocutore e pungolo - serio e talvolta scomodo - per i Comuni, ma poi anche per le Asl e infine per gli stessi programmatori regionali.
L’impostazione, anche nel corso degli anni, rimane però la stessa: legame diretto con le situazioni, conoscenza/scoperta dei problemi, rilancio territoriale. Secondo una duplice azione: a) essere risorsa per le situazioni di difficoltà e di disagio; b) promuovere politiche sociali attente alle fasce più deboli della popolazione.

Nell’intervista rilasciata a Welfare Oggi mi colpisce la risposta finale. Dice Ragaini: ”Per fare un’attività di questo tipo occorrono alcune condizioni e sono necessari alcuni strumenti. Da una parte è necessaria una scelta: se si vuol fare un lavoro di promozione e di tutela sul territorio si deve avere un forte radicamento, conoscere i problemi, costruirsi un’indispensabile competenza. Questo è il problema di fondo: senza l’acquisizione di alcune competenze non si va da nessuna parte. Non basta la buona volontà, che è necessaria in una prima fase, ma poi bisogna essere capaci di “organizzare” questo lavoro. Bisogna avere anche una grande passione per il bene comune. Consapevoli che questo tipo di lavoro crea conflittualità. Se si vuole andare d’accordo con tutti – ed in particolare con le istituzioni – allora vale la pena fare altro. Dal nostro punto di vista riteniamo che questa attività sia incompatibile con quella di erogatore di servizi. Se fai quello, su quello sei concentrato e non puoi essere attento ai tuoi servizi, alla loro qualità e nello stesso tempo fare un’azione di promozione e di tutela. Con le istituzioni non ti puoi rapportare contemporaneamente da gestore e da “promotore”. La questione di fondo è centrata sul come fare per arrivare ad esercitare questa funzione (strumenti, competenza, ecc…). Qui occorre fare uno sforzo di riflessione tra tutte le persone impegnate in questa direzione”.

Mi fa riflettere soprattutto questa netta distinzione tra l’erogazione di servizi e l’azione di promozione e di tutela. E’ infatti un pensiero ricorrente anche nelle mie riflessioni solitarie (ma penso che sia un patrimonio comune e diffuso tra gli operatori sociali); solo che in me rimane ancora come un elemento non sciolto, un dubbio che s’infila nelle contraddizioni dell’impegno sociale professionale. Un punto non risolto, insomma, che reagisce quando leggo le dichiarazioni nette e sicure di Ragaini. Una parte della mia esperienza gli dà ragione, ma coltiva il dubbio (o la speranza) che non si tratti di una necessità, di una legge “di natura”. L’altra parte cerca una via d’uscita più compromissoria, meno tagliente; cerca di tenere insieme tutto, o comunque ragiona sull'importanza e s’interroga sulle modalità di virtuose alleanze tra chi gestisce servizi (di solito la cooperazione sociale) e chi rappresenta i problemi e fa azione di tutela delle persone più fragili.

Come spesso accade, rimango in mezzo al guado. 
Con un punto che però mi risulta molto chiaro e che m’interroga a fondo: questa netta distinzione vale per il campo della disabilità, ma non per tanti altri settori di impegno e lavoro sociale. Le famiglie e soprattutto le associazioni delle famiglie dei disabili hanno trovato un’energia e una carica che ha permesso loro di creare una lobby – direi popolare e democratica – che ha pochi altri esempi. Si pensi invece al settore della grave emarginazione, delle dipendenze, delle famiglie e dei minori in difficoltà. Spesso, su questi temi, la conoscenza diretta e concreta dei problemi e la gestione dei servizi corrispondono; al di fuori dei servizi, insomma, è difficile farsi un’idea complessiva e precisa delle necessità, dei diritti negati, delle domande e delle urgenze.

Dunque che fare? Come dare rappresentanza a questi mondi?
Quali doveri e quali strade per chi gestisce i servizi ed è quasi l’unico detentore di una conoscenza e competenza sociale fondamentale per far maturare diritti e cittadinanza?

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