venerdì 31 maggio 2013

Al tempo dei BES

Gli ingredienti di oggi sono: il salone di una bella villa patrizia messa a disposizione dal Comune, un gruppo di quindici insegnanti di scuola media, un cane  e i BES. Ma cosa sono i Bes? Per capirlo dobbiamo innanzitutto considerare la passione insana delle istituzioni per le sigle. Gli acronimi, infatti, fanno gruppo e selezionano allo stesso tempo: chi è dentro comprende a volo, chi è fuori dal giro rischia di non capirci un’acca. Il linguaggio si trasforma in sleng professionale, a tal punto che il neofita deve impiegare tempo ed energie per cercare di farsi largo in un ginepraio di lettere puntate, nomignoli e siglette. Il linguaggio degli addetti ai lavori del welfare è pieno di queste sigle: CDD, PEI, NOA, SERT, CPS, UONPIA e così via; anche la scuola non scherza tra POF, ATA, CTRH e DOS. Quando questi due mondi si compenetrano, il rischio è l’apoteosi delle abbreviazioni e del linguaggio cifrato: alla faccia dei messaggini degli adolescenti!


L’ultima sigla partorita direttamente da un decreto ministeriale (ovviamente dal MIUR, ovvero Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca) è dunque quella dei BES (parolina che sta per Bisogni educativi speciali). Ma che cribbio sono i BES? Il Bes è ”qualsiasi difficoltà evolutiva in ambito educativo e/o apprenditivo, che consiste in un funzionamento problematico anche per il soggetto, in termini di danno, ostacolo o stigma sociale, indipendentemente dall’eziologia, e che necessita di educazione speciale individualizzata.” Si può convenire che, se la sigla è criptica, la definizione tecnica rischia di essere non meno oscura.

In realtà la faccenda è abbastanza semplice e non di poco conto: in pratica le scuole, a partire da giugno, sono chiamate a individuare tra i propri alunni tutti quei bisogni che meritano un’attenzione e una didattica particolari. Alcuni di questi bisogni sono per così dire “tradizionali” e hanno ormai conquistato codifica e procedure adeguate: si pensi alla disabilità o ai disturbi specifici dell’apprendimento (DSA, manco a dirlo). Ma i BES allargano l’orizzonte e comprendono tutti quegli svantaggi che possono, appunto, causare danno, ostacolo o stigma: difficoltà emozionali, disagi familiari, lingua straniera, svantaggio economico e sociale. Insomma, il messaggio è: vogliamo riconoscere questi bisogni particolari per poter rendere le nostre scuole ancora più capaci d’inclusione. Qui si potrebbe aprire una serie nutrita di recriminazioni e di obiezioni: ma come, si continua a tagliare sulla scuola e si pretende anche questo? Ma poi non è quello che già si fa tutti i giorni? Tutto vero, e se fossi un docente avrei molto da dire in proposito. Quello che però mi fa riflettere, mentre i nostri insegnanti lavorano a gruppetti sulla definizione di BES, è il cuore del messaggio: l’invito a guardare con attenzione al singolo ragazzo, alla sua storia, alle sue criticità. Tra le righe si dice, in pratica, che la scuola non può essere solo didattica e che la didattica deve diventare  “speciale” quando l’individuo presenta caratteristiche “speciali”.
Su questo termine (“speciale”) il gruppo di docenti che oggi lavora con noi discute molto, e a ragione: il termine richiama alla memoria le “classi speciali” di un tempo andato, quelle per i rom, o per gli asini di ogni genere.

Ma la sostanza a me pare inaspettatamente buona, persino controcorrente in una società che tende a compattare, formattare, forfetizzare per risparmiare tempo e risorse (non siamo forse in crisi?). In questo caso si vuole proprio il contrario: individualizzare, dettagliare, personalizzare.

Mentre seguo questo filo di ragionamento, mi accorgo che dalla parete del salone mi guarda il cane del fu conte Cornaggia, che abitava una volta questa bella villa. Un bob tail, ritratto ad olio, proprio come uno di famiglia, probabilmente alla fine dell’ottocento. Quanta attenzione per un cane! Negli anni in cui l’analfabetismo imperava, in cui i ragazzini lavoravano a frotte nelle campagne e nelle ferriere e alle scuole medie manco ci arrivavano, il vecchio fido si faceva immortalare dal pittore di fiducia. Delle centinaia di figli dei contadini e della servitù del conte non rimane traccia - massa informe, oggi come allora - ma il cane è ancora lì, a fissarmi con i suoi occhi buoni e la testa appena inclinata.

Quando mi verrà la tentazione di lamentarmi dei tempi che corrono, ripenserò al cane del ritratto; alla scuola e ai bambini di fine ottocento.

Nonostante tutto, viviamo nel tempo dei BES. 

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