13 aprile 2013

What if


Pare che in America stia spopolando, essendo divenuto un vero e proprio genere. Si tratta del “What if” – Cosa sarebbe successo se.  Se Hitler avesse vinto la guerra, se Colombo non avesse scoperto l’America e così via. Letteratura, cinema e serie televisive scatenate in questo gioco dell’immaginazione e della re-impaginazione della storia. Ma “Repubblica” affianca alla notizia un bel commento di Umberto Galimberti che ci trascina a riflettere sulla  nostre vicende personali e sulla tentazione di lasciarci andare – anche noi -  al “cosa se”: “Li chiamiamo rimpianti ma le scelte sbagliate sono la nostra vera vita.”

Scrive Galimberti: “Non abbiamo tra le mani tutte le scelte possibili, ma solo quella scelta compatibile con la nostra identità. Per questo siamo riconoscibili e gli altri si fidano di noi, perché, dopo averci conosciuto, si aspettano da noi una serie di comportamenti e di azioni coerenti con la personalità che abbiamo manifestato. La nostra identità è il principio della nostra riconoscibilità e della reciproca fiducia, che è poi il fondamento delle relazioni sociali. (…) Non è un caso che proprio nell’adolescenza si affollano i “se” e i “ma” circa la direzione da prendere in ordine al proprio avvenire, dove i progetti si confondono con i sogni, i sogni con la passione di un giorno, le trasgressioni col desiderio di rifondare il mondo, finchè non si affaccia la dure realtà, a cui gli adulti talvolta li richiamano, stimolando in loro la parte eroica per sfidare la realtà, oppure l’acquiescenza per assecondarla. E’ possibile qui scegliere  quali delle due vie seguire? No. La scelta è già iscritta nella propria identità. E quando da adulti, con il rimpianto di non poter tornare indietro, diciamo “se avessi” preso quell’altra strada” o “se avessi fatto quell’altra scelta”, queste frasi meritano una traduzione che non facciamo mai, perché è duro riconoscerlo. La traduzione è: “Se avessi un’altra identità, un altro carattere, un’altra personalità, allora…”. E siccome l’identità, il carattere, la personalità non si possono cambiare come gli abiti, nella vita abbiamo fatto quel che siamo. Rimpianti, malinconie, nostalgie, che sono il nutrimento di tutti i “se”, dicono solo che non ci conosciamo, e ancora viviamo il delirio dell’onnipotenza, come se a noi tutto fosse stato possibile, quando invece l’unica possibilità era fare quel che eravamo. Ogni rimpianto ha del patetico e soprattutto denuncia una radicale ignoranza di sé”.

Penso sia una riflessione liberante, almeno per tutti quelli che possono fare un bilancio tutto sommato non disastroso della propria vicenda. Ma poi mi fermo a pensare a tutti quelli che nella vita hanno fatto scelte che hanno compromesso in modo grave il percorso; penso ai “ragazzi” su in comunità. Penso a quella scelta-non-scelta che è il farsi e ri-farsi di una sostanza (quale, importa poco) fino a rischiare di distruggersi o di rompere i pochi legami veri che si hanno nella vita.

E penso poi a Tommaso, alla sua lunghissima vicenda di eroina e di piazza; decenni passati a gettarsi nelle braccia di quel piacere sentito come unico, incomparabile. E il resto del tempo a pensare a come procurarsi la roba, a come recuperare i soldi e a pregustare il nuovo piacere che si profila all’orizzonte. Microscelta dopo microscelta. Alla fine, invece, la scelta di una comunità, una ricaduta, altri tre anni di trattamento terapeutico e, il 21 marzo scorso, il primo compleanno da uomo “libero e pulito”. Sieropositivo, con la salute minata, ma con un lavoro, una casa e una vita completamente nuova. 
Incontrandolo a tavola, gli ho chiesto se avesse festeggiato, se avesse soffiato sulla prima candelina. Mi ha fissato con quello sguardo da senatore saggio, mi ha sorriso a tutti denti e mi ha rifilato un “No, io festeggio tutti i giorni. Per me ogni giorno è una festa”. Una frase che sembra il titolo di un catalogo dell’Ikea, ma che in bocca a Tommaso suona più che autentica.

Senza rimpianti.
Nessuna traccia apparente di “what if”.

Mi torna l’eco delle parole di  Galimberti: “E siccome l’identità, il carattere, la personalità non si possono cambiare come gli abiti, nella vita abbiamo fatto quel che siamo”.

Tommaso, ne sono sicuro, sarebbe d’accordo. 

1 commento:

  1. ...liberante, sì. Con qualche ritocco, magari, perché se è vero che NOI abbiamo fatto sempre e solo quello che POTEVAMO fare ("Ho fatto quello che ho potuto" mi è sembrata sempre una frase-testamento meravigliosa: è l'epigrafe sulla tomba di Willy Brandt)nel contesto in cui ci siamo trovati... è altrettanto vero che quel contesto - immodificabile da parte nostra - poteva combinarsi diversamente (altri educatori, altri incontri, altre vicende: noi uguali, ma esiti diversi... Chissà?). Meraviglioso Tommaso, dunque, e meravigliose le persone che si sono presa cura di lui. Stupefacente il gioco di incontro e di relazioni: la vita, in una parola. Il più potente degli stupefacenti, vien da dire.
    Paola

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