19 aprile 2013

Di nicchie e biciclette


Quando guido tengo quasi sempre la radio accesa. Molto spesso sono cd a ripetizione, in altre vago tra le onde alla ricerca di  qualche riflessione per la giornata che si sta aprendo o per chiuderla con un po’ di buonumore.  Talvolta mi fermo su Radio Maria per ottenere i due risultati in un colpo solo. Comunque, questa mattina a Popolare network si parla di biciclette a Milano; non è un argomento che mi faccia impazzire, anche se capisco e apprezzo tutto quello che promuove e sviluppa una mobilità diversa da quella che vedo qui davanti, con la coda a singhiozzo sulla Milano-Meda. Ma per un motivo che non riesco ad afferrare, mi soffermo ad ascoltare le proposte del giovane “esperto” che il conduttore sta intervistando.

E’ una chiacchierata molto friendly attorno a un progetto di riattivazione del Vigorelli, il vecchio velodromo che ha chiuso i battenti dodici anni fa e che ora si vorrebbe riportare alle due ruote. Infatti, dall’11 settembre del 2001 (ah, le date) il Vigorelli non ha più ospitato una corsa ciclistica, ma solo incontri di football americano (!?), nello spazio interno alla pista ormai malandata.

Sento l’interlocutore parlare di voglia di bicicletta, di milanesi che sono costretti a spostarsi nel bresciano per pedalare su una pista professionale, di  corse organizzate privatamente qua e là per la città. Lo seguo mentre parla di misure standard fissate dagli organismi olimpici, mi interrogo pensoso su cosa diavolo siano le bici a scarto fisso, cerco d’immaginare il progetto che hanno in mente i comitati che la voce radiofonica rappresenta: nuova pista, museo della bicicletta, apertura del velodromo h24  - o giù di lì - per consentire a qualsiasi cittadino di farsi una pedalata in santa pace.

Mentre arranco lentamente verso la mia uscita, avverto la passione del giovane cicloamatore: entusiasmo, dedizione alla causa, motivazione. Si sente che il mondo delle due ruote rappresenta per lui significati che vanno ben al di là dello strumento, del mezzo di trasporto in sé.  
Tuttavia, se in un primo momento questa passione mi ha richiamato, ora comincia a respingermi, perché la percepisco sempre più chiusa nella sua nicchia. Capisco pressoché tutto – e in buona parte apprezzo - ma finisco per percepirlo come una cosa lontana dal mio centro, da ciò che mi interessa di più; una vicenda tutto sommato “di nicchia”, auto centrata. Quasi riservata agli appassionati del genere, di cui non posso sentirmi veramente parte.

Subito dopo aver ripreso velocità, mi fermo a riflettere sulle mie percezioni e mi chiedo se lo stesso non stia succedendo – o sia già successo da tempo – a chi si occupa di servizi alla persona, di sociale in generale.

A me. A noi.

Perché forse è proprio così che siamo percepiti da una parte prevalente dei “non addetti ai lavori”, quasi sicuramente dal ceto politico medio. Gente appassionata, per carità, dedita alla causa, ma in fondo un po’ troppo monomaniacale, tutta centrata su settori che non paiono avere legami apparenti con tutto il resto. Nicchie, come ce ne sono tante. C’è chi si dedica agli animali in estinzione, chi alle bocce, chi alla bicicletta e chi all’assistenza. Tutti sullo stesso piano.  Si spiegherebbe così il fatto che siamo, nel complesso, sempre meno ascoltati e sempre meno “rilevanti” sulla scena pubblica. Invecchiata la generazione dei padri fondatori, tramontata la generazione dei grandi innovatori dei servizi (pubblici o privati, ha poca importanza), si è come sfuocato il nesso tra la singola opera e il contesto generale: dinamica sociale, diritti di cittadinanza, logica della tutela del più debole come dovere civico e costituzionale.

Mi chiedo come sia successo tutto questo. E quando? E’ un altro dei frutti avvelenati del postmoderno, della frammentazione individualista, della superficialità televisiva, del relativismo? O vederla così non è in fondo un alibi per non ammettere che anche noi ci abbiamo messo del nostro, disimparando a concepire e a comunicare il lato inevitabilmente “politico” del nostro lavoro? Omeopatica vittoria del tecnicismo, della delega deresponsabilizzante all’esperto o al “santo” di turno.

Ho molti amici per i quali l’impegno professionale nel mondo della cooperazione e dell’associazionismo è in fondo uno strumento attraverso cui s’incarna un orientamento più generale al bene comune, alla res pubblica.  In uno slogan: lavorano per i più fragili per costruire la città di tutti.

Ma, si sa, per quanti amici uno abbia, essi costituiscono pur sempre una cerchia ristretta.

1 commento:

  1. Anonimo4/22/2013

    "....si è come sfuocato il nesso tra la singola opera e il contesto generale: dinamica sociale, diritti di cittadinanza, logica della tutela del più debole come dovere civico e istituzionale..." E' esattamente così! Ora, non voglio pensare che sia responsabilità di chi opera in questi contesti,il mio vorrebbe essere uno scambio di idee su realtà che ci toccano come esseri umani, ma oso dire come cittadini. Che si viva non come esseri in comunio, comunita' quale dovrebbe essere una nazione..questo è sotto gli occhi di tutti,siamo individui , non cittadini, purtroppo Se su questo aspetto vedo moltissimi condizionamenti ( ma i condizionamenti non sono "determinamenti"), per un altro aspetto a me pare che chi lavora nel sociale, non sia abbastanza esigente nei confronti delle istituzioni. Troppo spesso ( anche la Chiesa )fa leva su sentimenti buonisti piuttosto che sul senso di giustizia nei confronti di coloro che hanno qualche possibilità in meno e qualche difficoltà in più....Questo lo penso per l'Italia, ma pure per chi si reca in altri paesi per progetti di aiuto e sviluppo. Quanto incidono e premono sui Governi affinchè si rendano conto che ogni persona ha diritto ad essere persona? Dedicarsi alla difficoltà non è un optional per i buoni...è un dovere primo dell'Istituzione, garantito dalla Costituzione. Non sarà che spesso lasciamo perdere questi aspetti ? Perdonate la lunghezza, ma a me sembra siano questi i motivi per cui qualcuno fa "nicchia" lasciando che altri facciano lo stesso. Manca la coscienza di essere popolo, non individui..secondo me . Buona giornata e grazie

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