16 marzo 2013

Pan de mej


Manca un quarto alle sette e il parco comincia a buttar su un’umidità che ha tutta l’intenzione di infilarsi sotto il pile. Ciò nonostante, nel prato adattato a campo di calcetto, i maschi della comunità persistono nella sfida a chi rimane senza fiato dietro il pallone, correndo più di un rischio ortopedia. Per qualche secondo Invidio il coraggio dei tanti quarant'anni-e-non-sentirli che formano la squadra dei “vecchi” contro quella dei pivelli. Ma proprio lì accanto, nella luce declinante del crepuscolo, le finestre accese di giallo del laboratorio sono come una promessa di caldo, di casa. Seguo d’istinto la promessa e non rimango deluso: dentro, mi viene incontro il fiato arido e profumato del forno appena spento. Sui tavoli le torte novelle al cacao e i cerchi dorati del pan de mej.

Tra i piani di lavoro trovo ancora Giorgia, intenta a sistemare gli attrezzi da cucina e a riordinare gli ingredienti; i movimenti sono esperti, di chi sa come fare, di chi ormai conosce a memoria la geografia della pasticceria. “Mi piace restare qui un po’ più a lungo; questo silenzio mi rilassa”. E’ vero, questo ambiente spazioso, un po' sala operatoria e un po' bottega, dà l’impressione di essere sospeso in un tempo rallentato, più placido di quello che batte appena qui fuori. Sui muri i caratteri bambini delle parole “farina zucchero uova zenzero” sussurrano una nenia di qualche lontana infanzia.

Non è sempre così, ovviamente, perché ci sono giorni in cui prevale la frenesia dell’impasto e dell’infornare o la calca degli allievi attorno al maestro pasticcere che gratuitamente viene a infondere il suo sapere.

Non ha neanche quattro mesi, questo giovane laboratorio e già sforna ogni giorno i suoi frutti: da un lato i biscotti e le meringhe, dall'altro le nuove competenze e il benessere di chi ci lavora per qualche ora al giorno.

Perché, come tutte le attività terapeutiche, anche questa ha i suoi significati profondi. Innanzitutto la creatività: intesa come un modo per prendersi cura di sé e delle proprie rigidità. La rigidità è spesso una caratteristica delle persone con problemi di dipendenza, che faticano a mostrare flessibilità di fronte all'imprevisto e che hanno costruito e vissuto la propria dipendenza utilizzando rituali precisi e sempre uguali, nei quali i ruoli sono stabiliti e rigidi. Ma spesso la rigidità ci impedisce di ridimensionare i problemi e non ci permette di immaginare "altre vie d'uscita".  La creatività, invece, impedisce di affezionarsi troppo alle proprie idee e consente di approcciarsi alle diverse situazioni che via via si affacciano alla vita.

La pasticceria finisce così per essere una metafora dello sperimentarsi e scoprirsi lungo il percorso di recupero e di cambiamento; le cose più semplici e naturali acquistano valenza terapeutica, riabilitativa e curativa. I piaceri della vita, talvolta, fanno più di tanti tecnicismi e tecniche consolidate.

Cucinare è anche un modo per trasformare l'aggressività rivolta contro se stessi o gli altri in un atto creativo e rigenerante. Infatti negli ospiti della comunità sono spesso presenti forti istinti autodistruttivi che, cucinando, vengono in un certo senso sublimati e convertiti nel prendersi cura di sé e degli altri attorno a sé.

“Fare pasticceria” in comunità, insomma, vuol dire progettare, sperimentare, scegliere gli ingredienti, portare a compimento, resistenza alla fatica e all'imprevisto, collaborare con gli altri, reggere e dare senso all'effetto-sorpresa e al consenso dei destinatari. Infine la manipolazione, la concentrazione, la presentazione e la cura del prodotto finale permettono, grazie alle abilità acquisite, di contribuire ad una professionalità futura.

Niente male per un laboratorio così giovane. 
Quattro mesi e non sentirli.  


2 commenti:

  1. Anonimo3/17/2013

    Buono! Un prodotto che nutre con dolcezza e non appesantisce. Cucinare per gli altri fa bene a chi cucina, oltre che a chi gusta: le donne lo sanno da qualche millennio... Poi però, per favore, piatti e arnesi da cucina laviamoli insieme.
    Grazie!
    Paola

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  2. Anonimo3/17/2013

    Il Pan de mej in casa mia ( parlo di più di mezzo secolo fa)veniva chiamato Pan Mejno, a mio papà piaceva tantissimo,andando con la memoria dei sentimenti (non di parole dette),secondo me gli ricordava la sua casa paterna, la rarità dei dolci sulla tavola, la campagna dove alcuni dei suoi zii e cugini abitavano.
    I tuoi ragazzi che oggi lo impastano e lo cuociono non lo sanno, forse, ma sono all'interno di catene di generazioni. Fanno bene a continuare con antichi gesti "di cura", con quei gesti non curano solo loro stessi. Ad esempio il pensiero del Pan Mejno mi ha commosso, e la commozione é sempre un sentimento che fa un gran bene.Buon profumo!Patrizia

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