3 marzo 2013

I margini al centro


“Mettiamo i margini al centro”, è il claim della cooperativa sociale nella quale trascorro gran parte del mio tempo lavorativo. E’ uno slogan come tanti, in fondo; con qualche concessione – nella facilità del gioco di parole – al marketing e alla pubblicità. Ma ci sono giorni, e ci sono posti, in cui hai la precisa sensazione che le parole facili siano comunque in grado di segnalare la realtà; e questa corrispondenza tra parole e fatti è forse uno dei motivi per cui si fa questo lavoro. E dunque sono qui, in cerchio, con questo gruppo di giovani professioniste (ancora una volta, tutte donne) che si occupano dei corsi d’italiano L2 nelle scuole del mio territorio.

I corsi L2 sono rivolti in prima istanza a risolvere i problemi linguistici che gli studenti d’origine straniera, in particolare quelli appena giunti in Italia, incontrano frequentando la scuola italiana. L’aria che si respira in questo gruppo è particolare: sono tutte giovani, laureate e masterizzate, con un bel mix di specializzazione e informalità; certo, quando ci si trova tra pari si è facilitati: stesso linguaggio, stessa comunità professionale, ci si capisce al volo. Eppure mi sembra di cogliere di più: come un codice fraterno che discende da una altissima concentrazione sull’utenza, sui destinatari dei propri sforzi lavorativi.
Insomma, si sente che al centro di questa ristretta comunità ci sono i bambini della scuola primaria e i ragazzini delle medie. Stranieri.
I margini al centro.

In questa cooperativa si organizzano e gestiscono interventi in favore di rom, di persone senza fissa dimora, di famiglie a forte rischio di esclusione sociale. Sono principalmente questi i margini a cui fa riferimento lo slogan societario; eppure anche qui, in maniera forse meno evidente, si mette al centro ciò che è marginale: i bambini stranieri che muovono i primi passi linguistici nelle nostre scuole dell’obbligo. Si mettono sotto l’occhio di bue coloro che, in una visione cinica, potrebbero essere tranquillamente lasciati indietro; buttati, così come sono, nella piscina della scuola pubblica: coloro che con le proprie forze imparano a nuotare, vanno avanti, gli altri si possono comunque attaccare alle sponde o ai galleggianti che separano le corsie, e mettersi a guardare. Perché spendere soldi pubblici per corsi d’italiano supplementari? In fondo, la visione darwiniana della società è la più facile da capire, il claim più immediato per i nostri tempi di crisi. Comprendere e spiegare le motivazioni della concezione democratica e orizzontale della società richiede invece maggiore complessità e ragionamento. Natura contro cultura. Forse. Oppure il contrario, richiede quella semplicità, quella basicità d’animo che sta nel fondo più elementare della nostra umanità.
Essere uomini e donne. Punto.
E allora si possono mettere al centro queste storie marginali di ragazzi in formazione; quei piccoli trascurabili dettagli che sono le loro fatiche, i loro sforzi per imparare l’italiano e reinventarsi nuovi cittadini. Mettere al centro la vergogna di balbettare una lingua straniera davanti alla propria classe, la vergogna di non capire, di sentirsi e mostrarsi fuori dal gruppo.

Sono orgoglioso di stare seduto qui, dove si respira l’alleanza virtuosa tra Enti locali, scuole, terzo settore e professionisti per far crescere i nuovi cittadini, per facilitare quei legami che saranno i mattoni con cui si costruirà la società di domani.
In fondo, sappiamo che basta mutare lo scenario e le cose cambiano di segno, cambiare il contesto e le parole acquistano nuovo significato. Come succede alla parola “margine”, che nel linguaggio economico e aziendale riscatta la sua perifericità, diventando - come per magia - una delle cose più importanti e preziose; ciò che si insegue e per il quale si lavora. 
Il valore aggiunto. Al centro.

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