lunedì 25 marzo 2013

Attraverso i servizi


Sarà la cadenza bergamasca con la quale Walter ci parla, o magari il cerchio che componiamo attorno al grande tavolo della cucina, ma a me sembra davvero di essere tornato indietro nel tempo. Respiro anche oggi l’aria di vent’anni fa, quando stavo tra i responsabili nazionali del movimento giovanile delle Acli. Quella bella atmosfera di briefing che si creava arrivando da tutta Italia per fermarsi un po’ a pensare, a guardare in maniera critica a ciò che si stava facendo e a mettere in comune punti di vista, sensibilità e sguardi differenti. Mi piaceva allora, e mi piace anche adesso, guardare come si trasforma il tavolo di lavoro; lo puoi notare soprattutto durante le pause, quando tutti lasciano i propri posti e vanno alla macchinetta del caffè o fuori a fumare. 


Rimangono lì, inerti, gli strumenti di lavoro – quaderni per gli appunti, astucci, penne – ma anche pacchetti di caramelle, biscotti, occhiali, fazzoletti di carta e paccottiglia varia. Però riesci solo a fatica a distinguere confini e proprietà, perché si crea un insieme indistinto di cose, tutte con-fuse sul piano di lavoro. Succede agli oggetti quel che accade al gruppo: pur nella diversità, molti fattori si fondono e si scambiano; quel che era tuo adesso è diventato un po’ anche mio, ciò che ho messo sul tavolo contribuisce a creare e a nutrire il terreno comune a tutti noi. Sebbene oggi, rispetto a qualche decennio fa, sia ovviamente aumentato il tasso di tecnologia (dai cellulari ai portatili), la dinamica è in fondo la stessa. Quella dello scambio e della cooperazione che permangono come fondamenta di ogni organizzazione umana.

E proprio di organizzazione stiamo parlando oggi con il mio amico Walter. Ci propone qualche  fondamentale teorico per cercare di capire quello che abbiamo vissuto e sperimentato nel lungo anno e mezzo della cosiddetta Emergenza Nord Africa, ora che si è praticamente chiusa. Ragioniamo attorno a cosa significhi costruire un’organizzazione per rispondere a un bisogno e lui ci richiama con forza sul fatto che ogni organizzazione serve a FARE, ma anche a CONTENERE; insomma, ogni scelta di tempi, modalità, ruoli e responsabilità non ha solo risvolti di tipo gestionale e organizzativo, ma ha a che fare anche con la dimensione emotiva e relazionale del nostro essere uomini e donne.  L’organizzazione ci consente di lavorare insieme anche perché affronta e si confronta con l’ansia, l’onnipotenza o la depressione che sempre fanno capolino quando viviamo, e operiamo, insieme agli altri. Ma siamo richiamati anche a guardare con meno apprensione agli insuccessi del nostro lavoro; infatti c’è sempre uno scarto tra organizzazione e vita reale, l’organizzazione è sempre deludente, incompleta, non riesce mai a dominare la realtà. I problemi eccedono sempre i tentativi di risposta. Ci sono sempre squilibri, l’importante è rielaborare le esperienze che facciamo, per ricomporre il senso di ciò che, organizzando il lavoro, abbiamo in un primo tempo scomposto.

Riprendiamo in mano, allora, la vicenda dei profughi giunti nel nostro Paese nel pieno del conflitto libico; un percorso d’accoglienza ricco di luci e ombre, di fatiche e criticità vissute in un fiato, sotto l’etichetta, come sempre parziale e a tratti falsa, dell’emergenza.

Ma questi diciotto mesi d’accoglienza che abbiamo alle spalle ci spingono poi a riflettere sul nostro ruolo come cooperatori, e sui significati che ha ancora il far parte e il lavorare nel terzo settore. Quanto spazio riserviamo alla rielaborazione critica e quanto invece ci accontentiamo di eseguire il mandato che ci viene affidato dai committenti? Quanto riusciamo ancora a esprimerci sul piano “politico” e culturale e quanto ci appiattiamo sul mero dato organizzativo? Inutile nascondercelo, ci sentiamo sempre più schiacciati dalle esigenze degli enti pubblici di continuare a erogare servizi a costi sempre più contenuti; si prosciuga così tutto ciò che appare inessenziale, spazi di riflessione critica compresi. Sempre più le cooperative sociali sono costrette a competere sui costi piuttosto che sulla qualità sociale; sempre più funzionali a logiche sulle quali non riescono più – ammesso che lo si voglia – a incidere con forza.  Tuttavia,  attorno al tavolo non ci si scambia sconforto o resa, ma lucido realismo che in qualche modo si vorrebbe superare. Mi sorprendo a pensare, grato, che mi sembra già un buon risultato tenere aperto questo spiraglio, essere qui a riflettere insieme.

La legge che ha istituito la cooperazione sociale in Italia è molto chiara su un punto: le cooperative hanno lo scopo di perseguire l'interesse generale della comunità alla promozione umana e all'integrazione sociale dei cittadini attraverso la gestione di servizi socio-sanitari ed educativi. E’ una piccola parola che forse ci può far riflettere: infatti non si dice che dobbiamo perseguire l’interesse generale della comunità mentre facciamo i servizi, ma attraverso i servizi. Insomma, dovrebbe essere proprio la gestione a parlare da sola, in quanto motore di promozione umana e integrazione. Come se non dovessero essere necessarie parole e gesti  aggiuntivi.

Ma oggi è proprio così?   Le nostre opere sono davvero così eloquenti?

Vale ancora la pena, qualche volta, mettersi attorno al tavolo della cucina e cercare – insieme – possibili risposte.

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