1 febbraio 2013

Via da qui


Quand’è l’ultima volta che hai desiderato andartene via da un posto? Non intendo quella voglia che viene dalla noia, o da un disagio generico, ma la spinta potente che nasce come un impulso profondo e travolgente. Quella che si potrebbe razionalmente esprimere con un gigantesco “Cosa ci faccio qui?”, ma che le parole non rendono, perché arriva dritta dalla pancia - il nostro secondo cervello - e coinvolge tutte le fibre del tuo corpo. E stai male.
Quand’è stata l’ultima volta? Mi fermo e non mi viene in mente, forse non c’è stata nemmeno una prima volta, oppure non so.

Andrea è qui davanti e mi descrive proprio questo impulso, comune a moltissimi ospiti della comunità terapeutica: non è più la scimmia, ma è sicuramente un altro animale ben appollaiato sulla spalla, un compagno permanente. Voglia di andare fuori, di mollare. E parliamo anche di Bruna, che dopo un anno qui dentro ha buttato tutto all’aria, tornando di filato alla sua vita di prima, eroina compresa.
Andrea e Bruna fino a mercoledì scorso condividevano un impegno di volontariato in un Centro diurno per persone con disabilità poco lontano da qui: ogni settimana, tre ore dedicate a giovani con handicap medio-gravi, nel laboratorio di falegnameria creativa o nell’attività di stimolazione corporea. Un modo per sentirsi vivi, di nuovo utili agli altri, cittadini responsabili e con risorse da investire attorno a sé.

Andrea è appena tornato dal Centro e mi racconta che si è trovato in difficoltà a giustificare l’abbandono, senza un saluto, di Bruna: ha cucito in fretta e furia una balla per fronteggiare le lacrime di alcuni ospiti (“Bruna ha trovato improvvisamente un lavoro lontano da qui”) e ha affrontato la dura verità con gli educatori.

Un groviglio di emozioni e di sollecitazioni, che inevitabilmente si vanno ad annodare – allo stesso tempo  - sia con le sue motivazioni a mantenere il percorso terapeutico, sia  con i suoi istinti di fuga:  un nodo doppio inglese, che è doppio mica per niente, e dove lo tiri si restringe e non finisci più.
Una delle grandi difficoltà di chi rimane in comunità per mesi o addirittura per degli anni è discernere quanto la voglia di fuga sia sana resistenza all’incessante convivenza a gomito con gli altri, al permanente adattarsi al gruppo e alle regole onnipresenti, a comprimere la propria singolarità dentro un contenitore così ristretto e denso, oppure se sia il richiamo forte della sregolatezza di prima, di quel “fregarsene di tutto e di tutti” che ci faceva tossici e mandava a quel paese tutto il resto del mondo.

Andrea da qualche giorno sta in mezzo al guado, soggetto a quel fremito che ti vorrebbe portare via adesso, ora. Lo sa cosa l’aspetta, perché l’ultima volta che è rimasto fuori per appena qualche giorno se ne è reso conto subito: “ho oltrepassato il cancello e mi sono dato del pirla, perché non c’è niente da fare: ti rendi conto immediatamente che davanti non hai ancora una prospettiva e tutto quello che di positivo hai appreso e conquistato sta in quella casa che hai appena lasciato”.

Per adesso, comunque, si rimane qui.

“Stare con i ragazzi disabili oggi mi ha fatto vedere quanto le nostre vicende siano spesso solo delle menate. Loro hanno una voglia di vivere e una carica che noi ce le sogniamo. E noi qui a stare dietro a ogni pensiero negativo e a guastarci le giornate…”.

Per oggi rimaniamo dentro.

Per qualcuno sarà banale, ma per gli ospiti della comunità domani – davvero, ma davvero davvero -  è un altro giorno.




La fotografia è di Luca Meola.

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