sabato 9 febbraio 2013

Uno, nessuno e centomila


In comunità si arriva per cambiare. D'altra parte, questa morsa amorevole e invasiva, che ti guarda dritto negli occhi ventiquattrore al giorno, come fa a darti scampo? Non dorme mai, questa comunità. La respiri nell'aria, allarga i pori e ti arriva in profondità, impregna gli angoli della casa, ne determina il respiro, la memoria, il ritmo. Naturalmente poi c’è la tua libertà; puoi lasciarti andare e abbandonarti con fiducia come ci si arena al calore del sole, chiudendo gli occhi e respirando a fondo, oppure ingaggiare una lotta nascosta e cruda, fatta di opposizioni e resistenze, che anche queste servono per diventare finalmente qualcuno. 
Ma si decide poi davvero? Sì e no. Ci sono giorni che ci pare di aver finalmente messo la fiche al posto giusto, di aver svoltato definitivamente, e notti in cui invece il nostro essere si ribella e la natura di cui siamo fatti svapora e si frantuma, perdendosi apparentemente in labirinti senza uscita.

La comunità è un mare di onde insistenti, a volte dolci e arrotondate, altre impetuose a muraglia davanti e sotto di noi; abbandonarsi al movimento, sfidarle col windsurf o resistere fino a vomitare l’anima. Chi siamo? Uno, nessuno e centomila.

In comunità si può cambiare. Quasi sempre chi rimane qui per molto tempo muta anche d’aspetto: i capelli, e fin qui è facile, ma anche il peso, i lineamenti, lo sguardo, le posture. Per molti la fototessera sul vecchio documento d’identità diventa un ricordo di cui liberarsi in fretta, come le false generalità di una spia sotto copertura. E Piergiorgio è forse la persona che ho visto cambiare di più da quando condivido la vita di questa comunità: a ogni fase del suo percorso un aspetto diverso. I capelli a coda e quelle spalle ricurve, quasi a scusarsi di passare per di lì, a chiedere di non esser visto o di essere comunque accettato; i capelli rasati e la fierezza delle spalle dritte da lavoratore, l’energia dello sguardo diretto da rompicoglioni; la magrezza e l’indeterminatezza di una postura cangiante e incerta sul da farsi, probabilmente impegnata a combattere l’ultima guerriglia prima d’uscire da qui.

Salgo in comunità una volta la settimana ed è inevitabile vivere avvenimenti e vicende solo di rimbalzo: dal diario quotidiano, dai racconti delle operatrici, assistendo casualmente a qualche evento. Eppure ce ne sono alcuni che ti rimangono dentro, come le pietre miliari che segnano le strade. Come i cippi su ai Piani d’Artavaggio, che anche a secoli di distanza li ritrovi e stanno ancora lì a separare il Ducato di Milano dalla Serenissima. Ecco, una di quelle pietre che rimarranno sempre nella mia memoria è il giorno di battaglia epica tra Micaela e Piergiorgio, quando lui voleva a tutti i costi uscire, per ritornare dritto filato in galera. Una vera e propria corrida. Che è finita che siamo ancora qui.
Ho avuto però tante occasioni di incrociare Piergiorgio direttamente. E non raramente, conducendo le riunioni di seconda fase o chiacchierando a tavola - sentendo o guardando Piergiorgio - ho pensato: ecco, sono io. Pregi e difetti, passioni e reazioni che viaggiano sotto pelle e che magari gli altri neanche sospettano. Uno, nessuno e centomila.

Anch’io uno, nessuno e centomila. Anche noi. Come Piergiorgio: generosità, fierezza, opposizione, punto di riferimento, reazioni improvvise che hanno un cammino interno coerente ma che quando le vedono dall’esterno non ci capiscono un’acca, scontentezza di sé, passione, creatività, testardaggine.

Siamo tutti uguali. Siamo complicati. Un mistero, spesso anche per noi stessi.

La scorsa settimana, però, abbiamo fissato un’altra pietra miliare, quella che segna la fine del percorso di Piergiorgio. Quante volte l’ha evocata in questi anni, la sua tendenza a non portare a termine i percorsi, a strappare pur di non dover vedere o mettere la parola fine. Ha tenuto duro fino a qui e questo è un fatto, che non si può cambiare. Un punto fermo, nel mare aperto che, anche fuori di qui, cambierà forma e colore tutti i giorni.

Buona navigazione, allora.

Piergiorgio ha costruito il suo personale approdo proprio qui vicino e sarà facile incontrarci. Guardarci di sguincio da barca a barca e pensare “ecco sono io, ancora qui. Sono uno… Sono uno che ce l’ha fatta”.

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