domenica 6 gennaio 2013

Cinecittà

D’accordo, ha ragione. Come negare che il nostro sistema di protezione sociale sia invecchiato con noi? Gli difetta la vista e spesso concentra i suoi servigi su chi non ne ha poi così bisogno,  lasciando fuori dalla porta tanti problemi emersi recentemente od emergenti. La società cambia e anche il welfare dovrebbe aggiornare più velocemente la sua capacità di risposta. Ma i dati delle slide che il professore ci proietta si commentano da soli: nonostante la percentuale del Pil destinata alla spesa per la protezione sociale dal 1997 al 2010 sia aumentata, i servizi alla persona sono rimasti al palo.
La slide numero 8 ne è un esempio chiarissimo: in Italia meno del 3% degli anziani sopra i 65 anni riceve servizi residenziali o domiciliari, mentre in Olanda è più del 12, in Svezia l’8. Sono almeno quindici anni che i ricercatori più seri segnalano con forza questa distorsione tutta italiana: troppi soldi erogati direttamente alle famiglie tramite l’Inps, il vero ministero del Welfare italiano; soldi che si disperdono, quando va bene, in un mercato non regolato e spesso sommerso (basti pensare all’esercito di badanti), e quando va male in consumi individuali e familiari (anch’essi destinati a un mercato altrettanto grigio) che così spesso hanno poco a che fare con le necessità sociali. La logica, in sintesi, è quella familista e individualista: una risposta monetaria senza reali controlli, che - sul versante dei cittadini - non costruisce socialità (ognun per sé) e, su quello degli erogatori, rallenta l’affermarsi della qualità.
Il welfare che non funziona come dovrebbe, lo stato sociale che deve essere riformato: un refrain ormai scontato in ogni convegno sui servizi alla persona, in ogni programma elettorale. Un must.
E allora cosa c’è che non va? Perché mi prende questo nervosismo, da dove arriva questa insofferenza? Forse è la sensazione di impotenza; ad ogni convegno, appunto, ci si sente un po’ come legati alla sedia ad ascoltare chi ti dice che il welfare è un mezzo fallito, che ci vorrebbe ben altro, che ormai non ce lo possiamo più permettere.
Da un lato c’è la sensazione che le parole siano sommariamente le stesse, ma gli intenti molto differenziati: c’è chi è in buona fede e chi invece porta avanti interessi della propria consorteria o visioni ideologiche liberiste. Chi non vuole spendere e chi vuole spendere meglio; chi vuole riformare e chi vuole sottrarre diritti: due cose ben diverse.
Dall’altro, c’è la percezione che si martelli sugli operatori, quando i nodi stanno altrove e avrebbero bisogno di manovre e soluzioni macro, “politiche” nel senso più vero. Si finisce così per generare frustrazione e scoraggiamento, anziché consapevolezza ed energie positive.
Nel frattempo l’intervento è finito, tra i meritati applausi. Durante il dibattito cerco di rielaborare un po’ le tossine e mi soccorre un’immagine: in fondo, noi operatori sociali siamo un po’ come chi lavora nel cinema italiano, la crisi del quale è oggetto di discussioni decennali. Anche in quel caso si fa continuamente riferimento a un’età dell’oro che non c’è più e a contesti transatlantici in cui si lavora meglio e con risultati incomparabili. Vuoi mettere il cinema americano? Poi però, se ci pensi, in tutto questo ciarlare di crisi e di film di basso livello, anche qui in Italia si realizzano delle produzioni apprezzabili, che raccontano belle storie e capaci di trasmettere emozioni.
Arte cinematografica, appunto.
Proprio come il nostro welfare, che se lo consideri da vicino, spesso ha le belle rughe della saggezza e dell’esperienza: servizi ancora utili, qualche volta essenziali, che producono umanità e civiltà.
Uscendo, passo vicino al professore e gli auguro di diventare ministro del Welfare, nel prossimo Governo; un apprezzamento sincero, accompagnato dalla muta implorazione che qualcuno faccia finalmente qualcosa di concreto e utile, dopo tanto analizzare e criticare la nostra beneamata Cinecittà.

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