30 dicembre 2012

Ma sei proprio tu?

Il parcheggio è facile, dietro. I dipendenti un poco più a sinistra hanno il loro, gelosamente difeso da un cancello di grate e divieti. Davanti c’è la marmellata di utilitarie e suv dello shopping prefestivo. Qui dietro, invece, troviamo una specie di terra di nessuno in cui fermarci agevolmente; una grande area non asfaltata e deserta in cui puoi anche vomitare, se ne hai l’urgenza. E in effetti, Teresa scende e prende aria; la nausea  e l’ansia stanno per prendere il sopravvento e dobbiamo stare qui fuori per cinque minuti, in attesa che passi. D’altra parte questa terra di mezzo è proprio una metafora perfetta della condizione di Teresa, che sta passando dal percorso in comunità al recupero della vita autonoma. Passo decisivo: mettere fine all’aspettativa e riprendere a lavorare. Chi non avrebbe le mani gelate e sudate?
Siamo qui per concordare con il responsabile delle risorse umane il ritorno di Teresa al centro commerciale in cui lavora da più di vent’anni. Per la precisione vent’anni meno due, quelli trascorsi in comunità per affrancarsi dalla sua dipendenza dagli psicofarmaci. Non è facile per lei affacciarsi di nuovo negli uffici che conosce da tanto tempo; le incognite e i punti di domanda sono tanti: come verrò accolta oggi? Chi incrocerò? Riavrò la mia postazione lavorativa o dovrò imparare nuove procedure e modalità? Con la crisi in circolazione, rimangono nell’aria interrogativi ancora più plumbei sul suo posto di lavoro.
Finalmente entriamo e saliamo le scale. L’ufficio del personale è uno dei primi blocchi prefabbricati che incontriamo, ma ci dicono - gentili e un po’ mortificati - che il nostro interlocutore arriverà con tre quarti d’ora di ritardo. Beh, non abbiamo fretta e, a dirla tutta, neanche alternativa: la nebbia fredda non ci invita fuori e capisco al volo che un giro nell’ipermercato sarebbe difficile per Teresa. Troppo presto, troppo alto il rischio di rivedere tutti i colleghi in una volta sola.
Rimaniamo qui, convinti di evitare gli ingorghi di facce e di emozioni.
Invece  le due poltroncine nello stretto corridoio si rivelano il posto più adatto alle imboscate del passato, perché da qui si passa per la saletta tempo libero dipendenti. Il flusso all’inizio è lento ma regolare e Teresa viene salutata da molti: i più sono incerti, rivelando un dubbio che solo le amiche più vere, quando entrano nel corridoio, sanno comunicare apertamente: “ma sei proprio tu?!”.

E’ bello assistere a questo ritorno, dopo due anni di isolamento e silenzio: sono abbracci, strette di mano, ti ho cercato qualche volta ma il tuo cellulare era sempre spento, fatti guardare, come stai, quando ritorni.  Sono tutte vitamine per l’autostima di Teresa; davvero un bel riconoscimento. Se lo merita.
Tra un incontro e l’altro, finisce che Teresa sfila dal portafogli la sua carta d’identità; con un  buon tasso di autoironia mi fa vedere la sua foto. Ha ragione, sembra la madre di quella che è adesso: capelli lunghi alla Naporsocapo, faccia gonfia ed espressione assente. Un’altra persona. Con i capelli corti, una manciata di chili di meno e lo sguardo più consapevole, Teresa scherza su quella che era e su come oggi si sente.
Anche questa è una bella metafora del cambiamento: la foto tessera sulla carta d’identità. Moltissimi ospiti della comunità, poco dopo aver terminato il loro percorso, guarda caso “perdono” il documento e se lo fanno rifare. Troppo carica di ricordi odiosi quella faccia così differente dal nuovo viso conquistato: una carta d’identità evidentemente falsa.
Ma sai che stai bene con i capelli corti? Non sembri neanche tu.
Proprio vero, Teresa non è più lei.
Teresa, ora, è un’altra.

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