14 dicembre 2012

Caccia al regalo (tra la Sicilia e l'Asia)


Nel suo genere è un posto magico, dai. In un corridoio ti ritrovi nel mezzo di un suk affumicato dall’incenso e duecento metri più in là sei ribaltato tra le baite del Tirolo; a piedi dalla Spagna al Sud Africa, dalla mozzarella di Oleggio ai boomerang aborigeni. “L’artigiano in fiera” sta allo shopping come una mega riserva di caccia all’attività venatoria.  Luna Park del regalo natalizio: come se le montagne venissero a Maometto, senza fare fatica.

Oggi non siamo propriamente a caccia di doni, ma una capatina all’osteria romana fa piacere, specialmente quando non si frequenta la capitale da qualche tempo. 
Poi, per tornare al metrò, giro sciolto tra gli espositori di mezzo mondo. La folla non è ancora sopra il livello di guardia ed è davvero gradevole gustarsi questa successione apparentemente infinita di volti, odori e profumi, storie. 
Ed è proprio nel gelido passaggio tra la Sicilia e l’Asia, quando ti devi mettere la giacca per cambiare padiglione, che ci viene incontro il mio vero regalo di oggi.
Pettinato, roseo e in ordine, Patrizio ci si piazza davanti per stringerci la mano; indossa un elegante cappello nero, stile ebreo ortodosso e al collo tiene una kefiah militante, appena acquistata. Perché lui, ci tiene a precisarlo subito, sta dalla parte dei palestinesi che soffrono. E’ diretto, cordiale, l’unico tratto in comune col Patrizio di dieci anni fa sembrano essere quelle pause tra una battuta e l’altra, fissandoti come per cercare le parole giuste. Dice che, dopo aver trovato la Kefiah, ora deve cercare la corda per tenerla in testa. Stile Lawrence d’Arabia. 
E poi andrà a caccia di “maglioni caldi del Tibet”.

Comincia ad imbiancare, questo giovane uomo che ormai vira verso la maturità. Lo ricordo la notte che mi tese un’”imboscata” nel cortile del Comune. All’alba della mezzanotte si stava chiudendo la giornata dopo l’ennesima riunione;  il pensiero era già agli impegni del giorno dopo, eppure in un angolo della memoria c’era proprio lui. A un tratto, esattamente come oggi, eccolo comparirmi davanti, uscendo dall’ombra vicino alla macchina: “allora! Pensavo di aspettarla fino a domani!”. Nella busta di plastica aveva  il sacco a pelo, e si apprestava ad andare a dormire in un capannone abbandonato nella periferia della città, insieme a tanti extracomunitari.
Ma Patrizio non viene da lontano, era infatti un “ragazzo” di qui, come tanti; solo un po’ più sfortunato:  un incidente stradale, il coma prolungato, le conseguenze cerebrali che lasciano il segno; poi la perdita del passo con la scuola, i litigi in famiglia, le prime diagnosi, il terapeuta, i farmaci. La sua storia è comune a tante persone che incontriamo per la strada, tanti “casi” che non trovano una collocazione e un percorso precisi nei servizi alla persona: matti per molti, disabili o ritardati per altri, invalidi per lo Stato e il collocamento. E comune a tante altre vicende personali era il rapporto conflittuale e doloroso con la famiglia d’origine; diverso solo l’esito, che lo aveva portato, a meno di trent’anni, a girovagare senz’arte né parte.
Ricordo anche le sue sfuriate in mezzo alla strada, quando apostrofava qualcuno che non gli garbava, la scenata che dedicò a un mio collega sui binari della stazione, le lacrime inconsolabili quando perse suo padre senza poterlo salutare un’ultima volta.

Acqua passata, si direbbe, vedendolo qui brizzolato e florido. Ben compensato, osserverebbero i dottori di turno.
Un bel regalo. Tra la Sicilia e l’Asia.

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