venerdì 9 novembre 2012

Gli immeritati segni della Grandezza

Sono partiti oggi, in un martedì qualunque di giallo sfavillante. Un autunno di foglie sugli alberi, come la poesia. Cosa facevo questa mattina, quando loro salivano sul treno? Colazione, ciabattare sonnolento per casa, un bacio a Eleonora che esce con i suoi otto chili di zainetto.
Un giorno come gli altri. Ordinario.
Non sapevo, non potevo sapere, me l’hanno detto dopo. Come una notizia tra le tante, ascoltata distrattamente mentre sei preso dalle faccende di tutti i giorni: ah, a proposito, sono partiti.
Quando? E cosa mi impegnava a quell’ora, proprio mentre si presentavano alla frontiera alla ricerca di nuovo asilo e di una nuova casa?  Scrivania, telefono, solite cose. Lancette che girano. Normale.
Quando Marco mi dà la notizia, rimango un po’ stordito. Sì, c’è un pizzico di delusione perché aspettavamo i due gemellini al nostro centro per la prima infanzia, ma non è questo.
E’ la sensazione che mi dà la Grandezza.
Perché, insomma, prender su armi e bagagli, famiglia e figli di due anni appena compiuti e ritentare fortuna in Germania, ricercare testardi un futuro. Tendere. Muoversi per il mondo. Non avverti Grandezza in tutto questo?
Ashur e la sua famiglia, siriani, sono arrivati in Italia nel pieno dell’emergenza Nord Africa, un agosto 2011 che pare così lontano. Allora i due gemelli avevano appena dieci mesi. Dalla Libia, per mare. Un’attraversata tragica, finita con un naufragio a poca distanza dalle coste italiane.
Quattro sopravvissuti.
Se chiudi gli occhi e immagini per qualche istante di essere Ashur o la sua giovane moglie, lì sul gommone: non ti senti piccolo? Paura, buio, onde alte, tappo di sughero. Ma il sughero galleggia.
In queste storie sento la Grandezza di Omero, l’epopea de “La tregua”, la Storia, sento i miti che attraversano il tempo. “Giuseppe destatosi, prese con sé il bambino e sua madre nella notte e fuggì in Egitto, dove rimase fino alla morte di Erode”.
Dicono che Ashur fosse una testa dura, poco adattabile alla nuova realtà italiana, pochissimo disponibile alla relazione con gli altri, all’apprendimento della nuova lingua, con un atteggiamento che agli occhi degli educatori che l’hanno accolto e accompagnato appariva spesso strumentale.
Si lamentava che il pocket money di cui aveva diritto in qualità di profugo  era inferiore a quello che percepivano “altri”. Aveva recepito con sospetto il fatto che una volta riconosciuto il suo diritto di asilo avrebbe dovuto cavarsela da solo per l’acquisto dei farmaci; non voleva mandare i figli e la moglie a mescolarsi con altre famiglie italiane, due volte la settimana.

Aveva in testa solo la Germania, dicono. Testone di un Siriano.

Eppure, proprio da qui passa la Grandezza?
Una prova di più che essa non dipende da noi, dalle nostre qualità, apparenti o meno; non viene giù o non sale dritta come un fuso da merito, apparenza o bellezza, dalle nostre precarie qualità umane.

La Grandezza ha l’iniziale maiuscola mica per niente, perché ci sfugge completamente, ci surclassa, le sue vie non sono le nostre vie.
Tranne qualche volta, in cui si fa percepire, velata e tangente, dietro le vicende di una famiglia siriana che incrocia la nostra esistenza.

Se così è - se Grandezza ci dà immeritati segni della sua esistenza - allora c’è speranza; anche per noi che a casa ciabattiamo, sonnolenti.

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