14 ottobre 2012

Nessuno si senta escluso

Da che parte sto? Ma soprattutto, esiste ancora una parte dalla quale stare? Ci sono giornate in cui tutto si confonde e l'orizzonte si fa grigio cenere. Non avere più la percezione viva dei significati di ciò che si fa e di dove si opera: è un attimo. I giorni scorrono, i problemi di gestione e organizzativi prendono spazio e importanza e sembrano gli unici davvero in grado di determinare il nostro destino, la nostra direzione. L’idea si appanna, sempre più lontana, di lato, come le case dal finestrino di un treno. In fondo è un mestiere, anche quello dell’operatore sociale, dell’educatore, del cooperatore. Come nel gergo del calcio: mestiere, che poi vuol dire esperienza, sapere cosa fare con astuzia, prendendo la scorciatoia più efficace suggerita dal tanto stare in campo. Tran tran e applicazione quotidiana, appunto.
Anche in posti come questo, in cui incroci ogni giorno i problemi e le persone che li portano, puoi abbandonarti all’abbraccio rassicurante della tecnica, al saper fare della professionalità. All’impressione della neutralità, dello scontato. Come non ci fosse una parte dalla quale si sta.
Ma la brace sotto la cenere, se c’è, si riavvia in un attimo. Soffiando.
Basta leggere sul giornale un articolo di Barbara Spinelli, a proposito della visita della Merkel ad Atene. “Il caos, i tedeschi sanno cos’è: specie quello di Weimar, quando la democrazia, stremata dai debiti di guerra e dalla disoccupazione, cadde preda di Hitler. E’ lo scenario descritto dal primo ministro greco Samaras: Weimar è oggi ad Atene, e anche qui incombe una formazione nazista, che si ciba di caos e povertà. Alba dorata è oggi nei sondaggi il terzo partito. I suoi principali nemici sono l’Unione e tutto quello che l’Europa ha voluto essere dal dopoguerra: luogo di tolleranza democratica, di assistenza ai deboli attraverso il Welfare. Lo straripare della disoccupazione dà le ali a un partito che non ha eguali in Europa, tanto esplicita è la sua parentela col nazismo. L’odio dell’immigrante, del gay, del disabile, è la sua ragion d’essere”.

Come un filo tirato, all’inizio sembra non centrare niente con il resto del tessuto. E invece tutto si tiene: l’assistenza ai deboli, il welfare, la politica, il destino dell’Europa.   
Quei servizi che oggi abitiamo e frequentiamo sono il frutto di una storia, di una vicenda politica precisa e continuano, nonostante tutto, ad avere un significato profondamente politico. Non è un caso che Alba dorata, in buona compagnia nel resto d’Europa, abbia nel mirino le persone di cui ci occupiamo. Proprio in questi giorni stiamo aprendo, grazie a un finanziamento europeo, un servizio per l’accoglienza di richiedenti asilo con disabilità!

Il nemico, soprattutto in tempi di crisi, continua a essere il diverso da noi, quello fuori dalle righe, il capro espiatorio. Storia antica.
Ma proprio questo è il punto: è la storia dentro cui stiamo anche noi e le nostre opere. Che ci possono apparire neutre, ma che neutre non sono. Non si tratta, per carità, di riesumare militanze o rigidi schemi d’ideologia. Si tratta però di avere viva coscienza – laica coscienza -  delle profonde radici e dei significati del lavoro sociale e di promozione umana. Che oggettivamente, volenti o nolenti, ci schierano.  Anche nella routine, anche nel “mestiere”.
Viene in mente De Gregori: “Però la storia non si ferma davvero davanti a un portone, la storia entra dentro le stanze, le brucia, la storia dà torto e dà ragione. (…). La storia dà i brividi, perché nessuno la può fermare”.
E’ vero: la storia ti può venire a cercare dove non te lo aspetti, quando ti senti al sicuro e lontano.
Ma sarà vero anche il titolo della canzone?  Che la storia siamo noi? Perché se la storia siamo davvero noi, abbiamo più di qualche responsabilità. Lasciarla sotto la cenere sarebbe un peccato.
“La storia siamo noi, attenzione, nessuno si senta escluso”.

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