7 ottobre 2012

Che ne sarà di me?

E’ una domanda che vedo sempre di più attorno a me, mi attraversa il passo praticamente ogni giorno, o comunque almeno qualche volta la settimana. Mi capita raramente, anche se è successo, di sentirla, esplicita e diretta. Più spesso, la vedo. Si materializza come un ologramma incerto e vago, intermittente: nel corso di una riunione d'equipe, piuttosto che in un colloquio a due, nelle chiacchiere alla macchinetta del caffè come sulle onde di telefonate tra colleghi. Sono punti di domanda colorati e multiformi, costruiti con materiali vari: talvolta piccoli e fragili ritagli di carta velina, tal’altra  grandi neon da vetrina, lampeggianti.
“Che ne sarà di me?”. E’ l’interrogativo del giorno, quello proposto dal menu dei nostri tempi di crisi, di tagli allo stato sociale, di dismissione di servizi. “Avrò ancora un lavoro? Come farò a tirare avanti? Chi mi può dare una mano?”.
Potrebbe anche essere posta al plurale, ma è al singolare che diventa più stringente e inquietante, che fa più a pugni con la retorica ufficiale del lavoro sociale. Ci sono educatori che in questo momento operano in progetti di “coesione sociale” con questa domanda fissa in testa. Una contraddizione che, se colta fino in fondo, lascia per qualche secondo senza parole.
La domanda coinvolge in primo luogo gli operatori sociali, quelli che lavorano nei servizi alla persona a valenza comunale: lì si fiuta il sangue, si intravede la tempesta perfetta, si sentono gli scricchiolii più inquietanti. Ma è una domanda che serpeggia ormai libera anche tra gli operatori sociosanitari e della sanità: qui partorita dal comune clima di indeterminatezza, ma anche dal pensiero unico aziendalista che spersonalizza, omologa, inaridisce le soggettività e le motivazioni al lavoro.
Lo so, non è una domanda nuova, perché la precarietà dei contratti e perfino lo sfruttamento del lavoro abita ormai da tempo anche in questi settori, soprattutto in certa (o meglio, incerta) cooperazione. E sappiamo altrettanto bene che questi punti interrogativi non sono esclusivi di chi opera nel welfare, basta guardarsi attorno. Ma proprio qui sta uno dei punti su cui possiamo riflettere: questa domanda secca, ci accomuna ancora di più alle persone di cui ci occupiamo. Adolescenti che incontriamo negli sportelli di ascolto nelle scuole, ex tossicodipendenti che s’interrogano sulla loro capacità di “tenere” e di reinserirsi in società, donne maltrattate in famiglia, anziani soli che cominciano ad avere problemi di salute, invalidi o persone socialmente svantaggiate in cerca di occupazione. “Che ne sarà di me?”.
“Utenti” e operatori dei servizi accomunati dalla stessa domanda sul proprio futuro; sempre più… gente di lato. In questi giorni vengo interrogato a fondo da questa nuova – almeno nelle sue dimensioni – e  per certi versi inedita, comunanza.
Che cosa significa? Come incide sul nostro lavoro educativo o di assistenza?
Sappiamo che per lavorare bene dobbiamo aver risolto alcuni nostri nodi interiori, rielaborato i nostri personali percorsi. Ma allora, questi dubbi sul futuro e questo crescente senso di precarietà possono coesistere con l’accompagnamento di persone alle quali dobbiamo indicare itinerari di autonomia, apertura al futuro, progetti di ricostruzione personale? Dall’altra parte, questo comune restringersi degli orizzonti ci mette nella condizione di comprendere meglio la situazione emotiva di tanti dei nostri utenti, a entrare davvero nei “panni degli altri”.
I saggi ci dicono che la crisi è anche un’opportunità per riscoprire energie nascoste. Fosse vero?
Potremmo cominciare col vedere se, insieme, riusciamo a dare un significato più vitale e radicato a parole che rischiano di essere sempre più vintage: consapevolezza, resilienza, empowerment, progetto.
Parole che fino ad oggi ci hanno aiutato ad incarnare un fiducioso rapporto con il nostro futuro, con le generazioni che sono venute prima di noi e con quelle che verranno dopo, in un ciclo vitale. Fosse vero?

2 commenti:

  1. Giuseppe10/08/2012

    Quante domande sul futuro mi pare di vedere, come educatore! Davvero anche tra noi operatori si legge quest'affanno, questa sensazione di essere foglie d'autunno sugli alberi. Io trovo che l'alleanza con quelli che chiamiamo utenti possa essere una molla per ritrovare il bandolo dela matassa.

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  2. Hai ragione, forse questo periodo ci mette in una condizione di riflessione, di pensiero e di ascolto e forse anche di avvicinamento alle persone che sosteniamo ed accompagniamo ma poi, penso, che nel momento in cui, concretamente, come richiede il nostro lavoro, dobbiamo davvero dar loro forza e speranza, purtroppo,viene a mancare anche a noi educatori. Come possiamo essere credibili!!? Dar loro la forza per combattere,per crederci, quando stentiamo anche noi a crederci? Non si rischia di passar loro un atteggiamento ambivalente? Contraddittorio? Quando anche noi, spesso, assistiamo impotenti ad un finale già scritto?? E come passar loro momenti di serenità, in luoghi pur sempre protetti, quando questa serenità manca a noi per primi?? Dove finisce dunque, o dove inizia, il senso del nostro lavoro? Quali caratteristiche dovrebbe ormai avere il profilo di un educatore? E perché mai sembra che più di prima l'educatore serva sempre meno? E fino a che punto DEVE tener duro e crederci davvero per il bene e la salute mentale dei propri utenti ma anche della sua??
    Così...ho aggiunto altre domande ancora ad un elenco sempre più lungo e sempre più enigmatico!!!!

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