giovedì 25 ottobre 2012

Campo dei miracoli

Il burattino, ritornato in città, cominciò a contare i minuti a uno a uno; e, quando gli parve che fosse l'ora, riprese subito la strada che menava al Campo dei miracoli. E mentre camminava con passo frettoloso, il cuore gli batteva forte e gli faceva tic, tac, tic, tac, come un orologio da sala, quando corre davvero. E intanto pensava dentro di sé: <E se invece di mille monete, ne trovassi su i rami dell'albero duemila?... E se invece di duemila, ne trovassi cinquemila?... E se invece di cinquemila ne trovassi centomila? Oh che bel signore, allora, che diventerei!... Vorrei avere un bel palazzo, mille cavallini di legno e mille scuderie, per potermi baloccare, una cantina di rosoli e di alchermes, e una libreria tutta piena di canditi, di torte, di panettoni, di mandorlati e di cialdoni colla panna.>
Anche noi in comunità abbiamo il nostro Campo dei miracoli. “Un campo solitario che, su per giù, somiglia a tutti gli altri campi”, racconta il Collodi; ma che  - questa volta avrebbero ragione il Gatto e la Volpe - come tutti gli altri, non é. Perché proprio lì, nella luce elettrica che succede al tramonto, si compie uno dei riti conclusivi del percorso riabilitativo. E’ la notte prima di uscire definitivamente dalla comunità e, a pochi minuti dalla festa finale in cui ci si saluta, l’ospite pianta nella nostra terra il suo albero da frutto.  Non un albero qualsiasi, è chiaro, ma il suo albero; quello che rimarrà qui al suo posto, a rappresentare e a ridonare simbolicamente  i frutti della cura e del tempo dedicato.

L’idea, come spesso accade qui, è sbocciata collettivamente, perfezionandosi nel rimbalzare tra le persone che abitano e operano in questa casa; si  è fusa la necessità di dare un futuro all’ambiente e al  parco storico della villa, impreziosito  da alberi centenari ma ormai spesso fragili ed esausti, con la volontà di ricordare le storie e le persone che hanno compiuto tutto il percorso, fino in fondo.
E’ nato così l’ennesimo rito di passaggio che ha arricchito in maniera particolare il già vasto catalogo della comunità. Si tratta infatti di un appuntamento estremamente simbolico. Una liturgia che scorre a ritroso l’itinerario di cambiamento, fino a tornare al punto di partenza, alla “vita di prima”. Campo dei miracoli, infatti, riporta a quel delirio di onnipotenza e a quella dimensione onirica del tuttoesubito che è tipica del tossicodipendente, quel fantasticare di centomila monete da trovare sugli alberi, come la felicità e il benessere duraturi  in una pera o in un tiro di coca. Ma Campo dei miracoli sta lì anche a ricordare quanto complesse fossero le condizioni di molti che qui sono entrati; situazioni che spesso paiono disperate e disperanti e che invece, talvolta, arrivano in fondo trasformate; qui però non si crede agli dei ex machina, e allora il significato vero della parola “miracolo” si disvela solo con la chiave dell’ironia: riferimento velato alle fatiche, alle lacrime, agli sforzi, agli scontri, ai pugni contro le pareti che – sempre – costruiscono un percorso terapeutico autentico.
Ultima tra tutte le sudate, questa qua: finire di scavare la buca, togliere la pianta dal vaso (e qualche volta ingaggiare con esso un vero e proprio corpo a corpo!), posare le radici nel nuovo letto e ricoprirle di terra, tra le battute dei compagni e l’applauso finale. Liberatorio.
E’ così, arrivederci dopo arrivederci, che il Campo oggi conta una serie di alberi caratteristici, ciascuno dei quali già nel nome ricorda e racconta una storia: dal caco ragno al melograno, dal pero nano al noce nazionale.
Sono tutti lì, guarda caso, in gruppo.
A me piace arrivarci facendo il giro basso, passando dal lungo pergolato dei kiwi, buio e ingombro di foglie e frutti ancora duri e immangiabili. Immagine di una promessa d’abbondanza e piacere che non si realizza. Come il proverbiale e ineffabile “tunnel della droga”. Oltre il quale c’è un campo che, su per giù, somiglia a tutti gli altri campi.

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