mercoledì 11 luglio 2012

Tempo libero

E’ al momento della sigaretta sul balcone, appena dopo pranzo, che il pensiero di Tommaso e Angelo va ad Alessandro: “siamo ormai a luglio, tra qualche giorno uscirà dal carcere. Chissà cosa farà?”. Già, chissà cosa sceglierà di fare? Ma ancora prima, chissà come sta? Come ha passato questi sei mesi che si è procurato violando all’improvviso le prescrizioni che gli consentivano di stare in comunità? Una notte di delirio in giro tra Bergamo e Milano, poi il vuoto di un paio di settimane in una stanza, ad aspettare la decisione del giudice di sorveglianza. E poi, ancora, un pomeriggio di black out, non sopportando più quell’oziosa attesa che appariva infinita. Per non stare più ad aspettare passivamente quello che gli “altri” avrebbero deciso di lui. Lo hanno arrestato in un bar mentre si affidava all’alcol e alla frenesia delle macchinette da gioco.
La lettera arrivata un paio di mesi fa parlava di confusione, di nostalgia e affetto per gli educatori e i compagni di percorso, di consapevolezza degli errori fatti. Chissà.
Proprio in contemporanea con la nostra pausa sigaretta, la Caritas ambrosiana presentava  il “Rapporto sullo stato dei diritti umani negli istituti penitenziari e nei centri di accoglienza e trattamento per migranti in Italia”, frutto del lavoro di una Commissione straordinaria del Senato. Dati e cifre che confermano e documentano una situazione che ciclicamente diventa insostenibile: nei primi mesi dell’anno c’erano già più di 66.000 detenuti a fronte di una capienza regolamentare di neanche 46.000.  E’ il famoso sovraffollamento, così ben descritto da Adriano Sofri: “E’ stato inventato, per le galere, o almeno felicemente applicato, un termine come sovraffollamento, superlativo di un superlativo: affollamento non bastava. Il mio prossimo là è quello della branda di sopra o di sotto, che vuole fumare o non vuole che io fumi, che russa o mi sente russare, che ha l’epatite C o sospetta che l’abbia io, che va di corpo in un angolo separato da un lenzuolo sbrindellato da me e da altri due o tre o quattro, che vuole vedere la televisione o non vuole che io la veda. Molte guerre di cella, anche cruente, nascono dalla gara per il dominio sul telecomando”.
Secondo il rapporto della Commissione del Senato “il sovraffollamento costituisce l’elemento centrale di un disagio umano, psicologico. Le conseguenze del sovraffollamento si ripercuotono sul piano sanitario, sulla socialità interna, sulle attività lavorative e via dicendo.” La situazione è talmente compromessa che in alcuni istituti si viola persino lo standard definito dal Comitato europeo per la prevenzione della tortura presso il Consiglio d’Europa: ogni detenuto deve avere a disposizione quattro metri quadrati in cella multipla e sette in cella singola, mentre se si ha a disposizione meno di tre metri quadrati si è in presenza di tortura.
Nel corso della presentazione del rapporto il direttore di Caritas ambrosiana, don Roberto Davanzo ha lanciato un appello molto chiaro: “Non è solo una battaglia per addetti ai lavori, ma un’affermazione di civiltà, chiedere che l’Italia introduca finalmente nel proprio ordinamento un reato specifico di tortura, per altro già previsto nella nostra Costituzione”.
Tortura. Una parola terribile, che misura tutta la distanza tra il dettato Costituzionale del recupero e della riabilitazione del detenuto e la tradizionale, tragica realtà di tutti i giorni.
In questi giorni di tempo libero e di libertà di muoversi, può essere una buona cosa anche per noi, in una pausa caffè qualsiasi, mandare un pensiero ai tanti Alessandro che stanno rinchiusi.
Chissà cosa faranno, una volta usciti?

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