domenica 1 luglio 2012

Integrità

Il pop up si apre improvviso sullo schermo e richiama l’attenzione senza neanche un suono. Basta così poco per farci girare lo sguardo: lo sfarfallio di un rettangolo duexsette. Scopro così che é HP Support Assistant a volermi aggiornare: intende avvertirmi che “E’ in corso un’analisi dell’integrità”. Un messaggio secco, senza fronzoli e senza dettagli; dà infatti per scontato che l’oggetto dell’analisi sia il pc che sto utilizzando in quel momento.  
Ma i primi caldi estivi, si sa, giocano brutti scherzi e per una ventina di secondi mi fermo con lo sguardo fisso sul video, immaginando sia possibile che l’assistente di HP possa in qualche modo riferirsi alla mia, di integrità. Nel cortocircuito di quei secondi penso – tra il divertito e l’amaro - che sarebbe bello avere qualcuno/qualcosa che ci possa analizzare in modo così semplice e diretto; e suggerirci, come un qualsiasi antivirus, quali parti di noi stessi possiamo correggere. Nessuna complessità, zero ambivalenze, nessuna fatica relazionale. Sono qui, tutto intero - mi sembra - ma non lo so, dimmelo tu se sono integro; sono davanti a te e mi sento a pezzi, pensaci tu a dirmi come fare.
Integrità, il mito di tutte le religioni e di tutti i super-io: purezza, completezza, perfezione, probità, rettitudine…
A risvegliarmi dalla dimensione ipnotica è un pensiero che ho avuto spesso in questi ultimi mesi di lavoro in comunità; una percezione che è ritornata più volte durante gli incontri con i “ragazzi” della seconda fase, quella del reinserimento. Me la sono annotata anche sul quadernino nero, che con il suo elastico custodisce le idee che in seguito si sviluppano in queste righe.
L’intuizione è secca, assoluta: queste sono le persone più integre che io conosca. Un paradosso, se vogliamo: sono uomini e  donne che hanno alle spalle quasi sempre grandi vuoti e ferite profonde, hanno combinato casini su casini, hanno evidenti lacune affettive e di relazione. Eppure, quando hanno compiuto il loro percorso terapeutico, sono chiamati – per forza di cose – a una integrità che io sento non paragonabile alla mia. Sono chiamati a comportamenti, atteggiamenti, “posture” probe e rette, senza inclinazioni.
Abbiamo in mente tutti, su per giù, l’integralismo della gran parte degli ex alcolisti e, più in generale, di tutti gli ex dipendenti: neppure un goccio di alcol, ad esempio, mai più una scommessa, per non rischiare di ricominciare daccapo. Quello che invece ci può sfuggire – e che mi capita di toccare con mano così frequentemente – è che a queste persone viene richiesta (queste persone si richiedono) una integrità di comportamenti e atteggiamenti che va molto al di là del consumo o meno di una sostanza. Qualcosa di molto più profondo della comprensibile prudenza di chi ha imparato a sue spese che “chi va con lo zoppo impara a zoppicare”. Perché chi ha fatto tutto il percorso qui dentro sa che cosa deve temere di sé, ancora prima dell’inclinazione a utilizzare sostanze: in primo luogo quell’abilità a non guardarsi dentro, a mistificare la propria e l’altrui realtà, a non dire le cose come stanno, a darsi giustificazioni, ad aggiustare le cose alla misura dei propri interessi e del proprio piacere immediato. E’ questo il primo passo, quello che avvia la spirale.
Per questo non si possono concedere comportamenti che non siano più che retti, più che trasparenti.
Le piccole furbizie di cui vivo tutti i giorni, a loro sono precluse.
L’ho visto quando Sergio ha trovato trecento euro per strada e li ha restituiti (e trecento euro per uno che sta uscendo dalla comunità senza un lavoro pesano molto di più di quanto pesino nelle nostre tasche); l’ho toccato con mano quando Anna, in tribunale, mi ha corretto perché – sbagliando - avevo detto agli avvocati che lei non era iscritta al collocamento obbligatorio. Poteva lasciar correre, far finta di niente e avrebbe avuto in mano qualche carta in più nella causa di separazione.
L’ho sentito quando Cristiano ha deciso di dare in beneficienza i cento euro che aveva raggranellato vendendo del rame abbandonato da tempo in un angolo della sua officina.
Ho l’impressione che persino HP Support Assistant, se li potesse incontrare, rimarrebbe senza parole.

Nessun commento:

Posta un commento