martedì 12 giugno 2012

I ragazzi stanno bene

Ragazzi. Quasi sempre, nei servizi alla persona e nelle comunità, finiamo per chiamarli così. Utenti non ci piace, troppo freddo, troppo abbonatidelcanonerai. Clienti, non se ne parla proprio. Pazienti, solo qualche volta. Possono avere cinquant’anni o anche più, ma se sono i nostri ospiti, quelli che conosciamo da una vita o da qualche mese, non possono essere che i nostri… ragazzi.
C’è una vena di innegabile paternalismo in questa parola, un dislivello e un’asimmetria di cui bisogna essere consapevoli, perché la familiarità e l’informalità siano davvero autentiche.

Quando entriamo nel salone in cui è stata preparata la “festa di fine anno”, ci vengono incontro proprio loro, i ragazzi. Alcuni li conosco da anni, anche se li frequento solo saltuariamente: possono passare dei mesi, qualche volta degli anni senza vederli. Eppure, lo giuro, sembrano non invecchiare mai. Di solito è proprio il contrario: quanto più frequenti una persona, quanto più ti è familiare, tanto meno riesci a scorgere le differenze che il tempo inevitabilmente semina sul viso e nel corpo. E’ tipico, invece, notare subito quanto sia invecchiata quella persona che non vedi da un bel po’, o quanto sia cresciuto il figlio dei tuoi amici che non incrociavi da tempo. In questo caso, no.  Francesco, Maria e gli altri sembrano sempre uguali. Chissà perché?

Oggi sono tutti qui, insieme a tante altre persone disabili, perché insieme al gruppo di volontari che li segue festeggiano  la “fine dell’anno”, cioè il termine delle attività ricreative che da settembre a giugno riempiono di senso e di relazioni ogni sabato pomeriggio che il cielo manda in terra. Sabato prossimo si parte per la settimana al mare e dunque oggi si fa festa. Il centro ricreativo “Arcobaleno” è un gruppo di persone che a titolo gratuito, dalla metà degli anni novanta, segue e anima tante persone portatrici di handicap di questo territorio: feste, appunto, ma soprattutto giochi, musica, teatro, gite, vacanze. Tempo libero, per modo di dire. Perché per passare a prendere tutti  i “ragazzi”, l’ambaradan si mette in moto molto presto e termina quando è ora d’andare a cena: furgoni, macchine che vanno e vengono, carrozzine da caricare e poi da tirare giù…

In questa grande sala puoi fare un esercizio, se vuoi; cerca di distinguere i disabili dai  loro parenti e i loro parenti dai volontari. Qualche volta, ovvio, è più facile: la carrozzina o la camminata non mentono. Ma in tanti altri casi risulta più complicato, perché il gruppo è davvero unito, le relazioni circolari e aperte. Lo capisci subito, se avessi bisogno di una prova, dal saluto cordiale che ti porta quest’uomo dagli occhi azzurrissimi, che ti si fa incontro con un calorosissimo “Ciao, Giuseppe!”. Sembriamo due vecchi amici, ma io non penso di averlo mai incontrato in vita mia; e non mi chiamo Giuseppe.
Che fare? Ricambiare il saluto, aprire un sorriso e entrare. Quello che si dice un servizio a bassa soglia.

Dopo un’oretta, mentre mangiamo la pasta al ragù preparata dai genitori di Cristina, mi guardo attorno. Nei giorni scorsi ho riflettuto sul ritorno di fiamma della parola “popolo”. Fino agli anni duemila questa parola sembrava relegata ai cerimoniali delle istituzioni, ai rituali dei tribunali. Da qualche anno i partiti, i commentatori e compagnia cantante l’hanno nuovamente sdoganata. L’ultimo “evento di popolo” in ordine cronologico sarebbe stata la visita del Papa a Milano. Ma è un vero ritorno? O prevale anche in questo caso l’uso esorcistico delle parole, un artificio per cercare di non vedere una realtà che è fatta ormai di massa postmoderna, pubblico, folla frammentata? 

Se dovessi indicare un luogo in cui sbirciare un’esperienza di popolo, forse indicherei questa festa, questo gruppo, questa rete di relazioni. Un’esperienza laica, ma senza etichette; costruita sullo scambio libero delle persone e perdurante nel tempo. In cui ci puoi stare senza problemi di censo, di genere, di età, di abilità. Famiglie con bambini, anziani che stanno accanto ai propri figli down o con ritardo. Volontari che trovano ragioni di vita in questo appartenere semplice e diretto, senza mediazioni.

Forse è tra queste seggiole di plastica che il popolo si rifà vivo; e mi scorrono davanti parole un po’ consumate come libertà, uguaglianza, fraternità.

Ma a risvegliarmi dal mio soliloquio non è la Marsigliese, sono Francesco e compagni che hanno spodestato la piccola orchestra che allietava il pranzo: si sono impossessati delle chitarre e dei microfoni e sguaiano un improbabile “Io vagabondo”.

Una rivoluzione.
So’ ragazzi.


Leggi anche "La lista - Perché vale la pena essere un volontario", dal sito del centro ricreativo L'Arcobaleno

La fotografia é di Michele Cazzani, PhotoAid

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