lunedì 14 maggio 2012

Perché non mi guardi?

Passare. Andare a trovare qualcuno. Fare visita o fare un salto da. In inglese: drop in. E in effetti, osservando le foto di Luca Meola pubblicate  sotto il titolo “Perché non mi guardi?”, ci si sente un po’ ospiti, invitati a far parte di un mondo feriale, quotidiano. Fatto di gesti ordinari. Che ordinari però non sono.

I Drop in sono servizi “a bassa soglia” sorti  in Europa come una delle possibili strategie per arrivare a diretto contatto con le persone che hanno seri problemi di dipendenza (da sostanze o da alcol) e che spesso si trovano a vivere senza fissa o decente dimora.  A queste persone vengono offerti attività e strumenti che intendono migliorare gli stili di comportamento legati al consumo e soddisfare alcuni bisogni primari. In sintesi, l’obiettivo principale dei Drop in è contribuire alla tutela e al miglioramento della qualità della vita delle persone con comportamenti di dipendenza, in particolare di chi si trova in una condizione di maggior difficoltà o rischio di esclusione sociale.  Si tratta dunque di un luogo intermedio tra i servizi di riabilitazione e la strada; uno spazio di tregua, dove le persone possono ristorarsi dalla fatica di abitare la strada e la dipendenza.
Luoghi di frontiera, se vogliamo;  pensati per persone che quasi sempre si rendono (e vogliamo che si rendano) invisibili. Luca Meola ci offre invece l’opportunità di guardare in faccia – almeno per qualche istante -  le loro esistenze; lo fa mettendoci davanti alcune stanze di vita quotidiana: come  una famiglia qualsiasi, in una giornata qualunque scandita dall’orologio. Un album di ricordi che raramente, noi regolari, componiamo con la macchina fotografica. Di solito, infatti, le immagini che scattiamo e archiviamo con cura  ritraggono momenti straordinari, al di fuori del flusso regolare del tempo: feste, viaggi, vacanze. Qui invece tutto il contrario: la doccia, gli scacchi, la barba allo specchio, apparecchiare la tavola, un pisolino davanti alla televisione accesa. Pausa sigaretta e Padre Pio, divano, ferro da stiro e calzini aggrappati al ventilatore muto.
Fatti che accadono a tutti, che ci rendono tutti uguali. Appunto.
Solo che qui, nel mondo capovolto dell’emarginazione e dell’esclusione sociale, diventano momenti e gesti straordinari, vere e proprie rotture di una quotidianità che è invece scandita da imprevisti, pericoli, punti di domanda su quello che si mangerà e dove si dormirà la notte. Fughe, angoli nascosti, dimore precarie e rapporti fugaci con gli abitanti in regola della grande città.
Unica eccezione, nella bella galleria fotografica, quel secchio di siringhe usate che ci viene svuotato davanti agli occhi, come a ricordarci che certi problemi, anche se da tempo non racimolano due righe in cronaca, esistono ancora. L’anno scorso l’unico Drop in esistente a Milano città è stato utilizzato regolarmente da 570 persone, 11.797 i contatti totali;  4.103 docce, 24.276 scambi di siringhe, 64.038  colloqui di counselling. Numeri importanti, di fronte ai quali risuona la domanda/invito - cruda e diretta - degli scatti di Luca: “perché non mi guardi?”.
Una domanda che sento rivolta a ciascuno di noi, singolarmente. Ma ancora di più, una domanda posta alla nostra comunità nel suo complesso. Già, perché non li guardiamo? Perché, ad esempio, servizi come questo vivono da tempo nella precarietà e sotto la minaccia di chiudere per il taglio dei fondi?
Invece di diventare una delle normali risposte al disagio e ai problemi di chi vive con fatica la sua vita, i Drop in sono ancora, nei fatti, un impegno extra, un lusso. Una roba che ci può essere, ma anche no.
Vuoti a perdere. Come le persone che li frequentano.
Perché non mi guardi?

Per vedere tutti gli scatti di Luca Meola clicca qui.


2 commenti:

  1. Anonimo5/18/2012

    Penso che davvero dobbiamo guardare con occhi diversi. Il punto é: come si fa?

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  2. Qualche tempo fa ho incontrato quel ragazzo che in Giambellino prende il tram muovendosi a quattro zampe, sì, come un cane: pioveva e lui andava avanti e indietro sul tram e nessuno tra noi lo guardava. Io ho pensato: un cane l'accarezzeremmo, un cane che camminasse eretto lo ammireremmo, un uomo a 4 zampe invece non lo vogliamo proprio vedere: non riusciamo a sostenerne lo sguardo, non riusciamo a guardare come può ridursi un uomo, non possiamo sopportare di guardarlo e di non reagire, non possiamo sopportare la nostra ignavia. Quando è uscito, due ragazzine l'hanno guardato e sorridendo gli hanno abbaiato: lui ha sorriso, sorriso veramente, e ha risposto con un ululato di gioia. Quel giorno mi sono vergognato più del solito a causa della paura e della vigliaccheria che mi costringe a non guardare, a rifugiarmi in quel trucco infantile per cui chiudi gli occhi e ti illudi che non ci sia più nulla. Attraverso lo sguardo, invece, diamo dignità di esistenza agli altri. Se esistono, non possiamo ignorarli. Già, ma allora dobbiamo fare qualcosa... Richiudiamo gli occhi...

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